A 160 anni dall’unità l’Italia è ancora divisa in due

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Il 17 marzo 1861 un atto normativo del Regno di Sardegna sanciva ufficialmente la nascita dell’Italia. Tuttavia, a 160 anni dalla sua proclamazione, l’Unità d’Italia rimane, sotto il profilo socioeconomico, un’opera ancora incompiuta. A dircelo sono i dati Eurostat sul Prodotto interno lordo (Pil) pro-capite delle regioni Ue, che evidenziano un Paese sempre più spaccato a livello geografico. 

Da un lato il Nord Italia, in linea con i Paesi più prosperi dell’Unione come Germania, Olanda e Belgio; dall’altro il Mezzogiorno, dove il valore dell’attività economica è di gran lunga inferiore, in media con i Paesi meno sviluppati dell’Unione come Grecia, Polonia e Ungheria. Il Pil pro-capite italiano, poco al di sotto di quello europeo, nasconde una grande varianza: la questione meridionale.

Le cause della questione meridionale

La questione meridionale ha origini lontane. Il dibattito all’interno della storiografia economica riguardo le cause che hanno scatenato questo fenomeno è ancora aperto. L’unificazione della penisola italiana ha costituito uno stato geograficamente disomogeneo sotto l’aspetto culturale ed economico. Nonostante nel 1861 i livelli di ricchezza del Nord e del Sud Italia fossero pressoché simili come riteneva anche Francesco Saverio Nitti:

Prima del 1860 non era quasi traccia di grande industria in tutta la penisola. La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non avea quasi che l’agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso, almeno nelle abitudini dei suoi cittadini. L’Italia centrale, l’Italia meridionale e la Sicilia erano in condizioni di sviluppo economico assai modesto. Intere province, intere regioni eran quasi chiuse ad ogni civiltà”.

Ma in realtà i fattori strutturali delle economie delle due aree presentavano profonde differenze di questo avviso era anche Antonio Gramsci:

La nuova Italia aveva trovato in condizioni assolutamente antitetiche i due tronconi della penisola, meridionale e settentrionale, che si riunivano dopo più di mille anni. L’invasione longobarda aveva spezzato definitivamente l’unità creata da Roma, e nel Settentrione i comuni avevano dato un impulso speciale alla storia, mentre nel Mezzogiorno il regno degli svevi, degli Angiò, di Spagna e dei Borboni ne avevano un altro. Da una parte la tradizione di una certa autonomia aveva creato una borghesia audace e piena di iniziative, ed esisteva una organizzazione economica simile a quella degli altri Stati d’Europa, propizia allo svolgersi ulteriore del capitalismo e dell’industria. Nell’altra le paterne amministrazioni di Spagna e dei Borboni nulla avevano creato: la borghesia non esisteva, l’agricoltura era primitiva e non bastava neppure a soddisfare il mercato locale; non strade, non porti, non utilizzazione delle poche acque che la regione per la sua speciale conformazione, possedeva. L’unificazione pose in intimo contatto le due parti della penisola”.

Il Sud era significativamente più arretrato, se non nel Pil pro-capite, in tutti gli indicatori di benessere e progresso sociale. Per fare un esempio, il livello di alfabetizzazione variava in maniera consistente tra le regioni italiane: nel 1871 il tasso di analfabetismo era pari al 42,3% della popolazione in Piemonte mentre in Campania era circa l’80%, così come in tutto il meridione. 

Anche a livello di infrastrutture il Meridione rimaneva arretrato rispetto al Nord. Nel 1861 l’estensione delle linee ferroviarie, un fattore cruciale per la crescita delle economie dell’epoca, era di gran lunga maggiore nel Settentrione, nonostante la prima linea ferroviaria d’Italia – la Napoli-Portici – fosse stata inaugurata proprio nel Regno delle Due Sicilie nel 1839.

Una serie di politiche sbagliate e di investimenti fatti solo nel nord Italia contribuirono ad aumentare il malcontento popolare e ad ampliare il divario; creando quello che il deputato Antonio Billia nel 1873 definì con il termine questione meridionale.

Il grande divario: disoccupazione, povertà e sommerso

Il Pil è una misura abbastanza fedele del benessere economico e sociale di un determinato territorio, ma allargando l’indagine ad altri indicatori dello stato di salute di un’economia il confronto tra Nord e Sud Italia rischia di diventare ancora più impietoso. 

Guardando all’occupazione, il divario geografico è netto. Nel 2019, i tassi di disoccupazione al Nord oscillano da un massimo del 7,6%, registrato in Piemonte, a un minimo del 3,9% in Trentino-Alto Adige. Nel Meridione, invece, la disoccupazione arriva a toccare il 21% in Calabria e non scende mai al di sotto del 12,6% dell’Abruzzo.

Un’analisi delle statistiche Istat sulla povertà nel 2019 ci dice che su 1,7 milioni di famiglie in condizioni di povertà assoluta, più di 700 mila si trovano nel Mezzogiorno (incluse le Isole). Un dato che fa riflettere, considerando che gli abitanti del Mezzogiorno sono circa un terzo della popolazione italiana. In particolare, l’incidenza della povertà assoluta individuale al Sud e nelle Isole si attesta sul 10%, contro il 7% del Nord Italia.

Infine, anche per quanto riguarda l’economia sommersa, ovvero quella porzione di attività economiche che non vengono direttamente registrate a livello statistico– come l’economia illegale e quella informale o le attività economiche non dichiarate– il divario tra Nord e Sud è consistente. Nel Mezzogiorno l’economia non osservata rappresenta il 19,4% del valore aggiunto, contro il 10,6% del Nord-Ovest e l’11,4% del Nord-Est.

Gli effetti della pandemia 

I periodi di recessione sono terreno fertile per l’accrescere di disuguaglianze, poiché a soffrire maggiormente durante i momenti di crisi sono i lavori più vulnerabili e precari e le economie strutturalmente più deboli. Osservando la storia dell’Italia unificata, il divario tra il Pil del Nord e quello Sud è sempre diminuito nei periodi di crescita, in particolar modo durante il boom economico. Contrariamente, i periodi di recessione o stagnazione hanno sempre portato a un aumento delle disuguaglianze lungo lo stivale. Una tendenza che si sta ripetendo anche con la crisi pandemica. Nel 2020 le stime dell’Istat prevedono un calo dell’8,9% del Pil italiano. Anche se il calo maggiore, come spiega Bankitalia, si è registrato al Nord – “coerentemente con l’insorgenza precoce della pandemia in tale area geografica” – a farne le spese saranno soprattutto le famiglie del Sud – “dove è anche più̀ alta la quota di nuclei il cui principale percettore di reddito da lavoro è occupato in posizioni temporanee e in settori più̀ esposti agli effetti della pandemia”.

Conclusione

In sintesi, il 160esimo Anniversario dell’Unità d’Italia ci ricorda le forti disparità che intercorrono a livello regionale nel nostro Paese. Il futuro prossimo vede in campo ingenti risorse per il rilancio del Sud: il Piano Sud 2030, il Piano nazionale di ripresa e resilienza e i Fondi europei per il settennato 2021-2027. Qualche settimana fa, in un’intervista al Corriere della Sera, la nuova Ministra per il Sud e la Coesione territoriale Mara Carfagna ha annunciato che l’ammontare di quest’ultimi sarà di circa 150 miliardi. La sfida all’orizzonte, quindi, sarà utilizzare queste risorse nella maniera più efficiente ed efficace possibile. Facciamo appello alla politica italiana affinché colga questa sfida e mettere le basi per una rinascita del meridione italiano.

Se ti va lasciaci un commento o scrivici il tuo pensiero

Sito realizzato da HopUp! Agency

All Rights Reserved © 2020