A Woman’s place di Selma James.

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Quando la liberazione della donna non passa dall’alternativa interna alle dinamiche del Capitale.

Nell’introduzione all’edizione inglese dell’Ottobre del 1972, Selma James nel ricordare le circostanze in cui venne realizzato A Woman’s place, sottolinea la valenza documentaria del testo e il suo stesso ruolo come “semplice strumento di espressione dei sentimenti e delle esperienze di donne, casalinghe e operaie” con cui era entrata in contatto. A precedere l’edizione inglese, è la traduzione italiana del testo di Selma James, che fu pubblicata nel Marzo del 1972 all’interno di un volume co-redatto insieme a Mariarosa Dalla Costa. Il volume raccoglieva il testo di James, che nella traduzione italiana prendeva il titolo de Il posto della donna, insieme a Donne e sovversione sociale di Mariarosa Della Costa. Venti anni dopo essere stato scritto, A Woman’s place veniva presentato al pubblico europeo. Questa connessione fra le due sponde dell’Atlantico testimoniava la nascita, in quello stesso anno, del dibattito internazionale sul lavoro domestico e di cura, a cui Selma James diede vita assieme a Mariarosa Dalla Costa, Silvia Federici, Brigitte Galtier e altre personalità del femminismo radicale internazionale degli anni Sessanta e Settanta. Sempre nel 1972 si costituì a Padova il Collettivo Internazionale Femminista per promuovere il dibattito, e con il lancio della Campagna Internazionale per il salario al lavoro domestico – Wages for Housework Compaign –prenderà forma, in molti paesi, la rete di Gruppi e Comitati per il Salario al lavoro domestico – Wages for Housework Groups and Committees.

Nel dibattito femminista internazionale, l’analisi del lavoro domestico veniva assunta come fattore centrale per definire lo sfruttamento delle donne nel capitalismo. Il lavoro domestico veniva svelato e analizzato in quanto fase nascosta dell’accumulazione capitalistica; le donne dietro le porte chiuse di casa lavoravano, le mura domestiche racchiudevano il centro di produzione e la casalinga era la sua operaia, the houseworker. La forza-lavoro, la merce più preziosa per il capitale, per generarsi e riprodursi, presupponeva il lavoro della donna, la realizzazione del consumo operaio passava attraverso il lavoro femminile. Smascherando il processo di naturalizzazione che il lavoro domestico aveva subito in quanto lavoro non salariato, la campagna Wages for Housework ne pretendeva il riconoscimento quale attività che doveva essere remunerata, in quanto una delle principali fonti di accumulazione capitalistica. Permettendo, infatti, la produzione e la riproduzione di forza- lavoro, era all’origine di ogni altra forma di produzione. Il salario per il lavoro domestico veniva assunto, però, come prospettiva politica e non ridotto al mero denaro. Scindere il risultato della lotta dalla lotta stessa, significava, infatti, per le promotrici della campagna internazionale, non cogliere l’azione di demistificazione e sovversione del ruolo attribuito alle donne dal capitalismo, che, invece, ne costituiva il fondamento.

Le origini della lotta per il salario al lavoro domestico sono rintracciabili nel documento di Selma James, fra le donne, casalinghe e operaie americane. Dopo l’immissione in massa nelle fabbriche americane durante il periodo bellico, le donne capirono in breve tempo e sulla propria pelle, che il lavoro fuori casa non le liberava dal lavoro all’interno delle mura domestiche, né lo trasformava. Furono quindi capaci di elaborare forme di lotta nuove e autonome, “contro entrambi i padroni”, il marito che comandava il lavoro domestico, contribuendo a determinare la qualità della vita della donna, e il datore di lavoro fuori casa, il padrone di fabbrica.

Questa esperienza ci ha segnato: il secondo lavoro fuori casa è un secondo padrone sovrapposto al primo; il primo lavoro della donna è la riproduzione della forza-lavoro di altri individui, e il secondo è di riprodurre e vendere la sua. Così che la sua lotta nella famiglia e nella fabbrica – gli organizzatori combinati del lavoro di lei, di suo marito e di quello futuro dei suoi figli – è un tutto unico. Ed è proprio questa unità in una sola persona dei due aspetti separati della produzione capitalista che presuppone, non solo una nuova prospettiva di lotta, ma anche una valutazione completamente nuova del peso e della crucialità della donna in tale lotta.

Sin dalle prime pagine, Selma James chiarisce lo scopo di A Woman’s place: riportare i pensieri, i sentimenti, le azioni quotidiane delle donne, casalinghe e operaie di Los Angeles degli anni Cinquanta, nel fondo della guerra fredda. A fondamento del documento di Selma James vi è un metodo politico preciso,  solo il proletariato conosce e può descrivere il sistema di sfruttamento capitalistico e indicare la direzione del suo rovesciamento; insieme a delle finalità direttamente militanti: permettere alle milioni di donne, casalinghe e operaie americane, che difficilmente avrebbero i mezzi per esprimere i loro pensieri, di rispecchiarsi nel documento e racconto di Selma James, nelle pressioni che giornalmente devono fronteggiare, scoprendo così «la forza propria e di tutte le altre donne».

Il modo usato da molti scrittori per liquidare il ruolo storico della donna è di non trattare della vita quotidiana e reale di milioni di donne, di ciò che esse fanno e pensano. È solo la vita di tutti i giorni che può mostrare ciò che la donna vuole e ciò che non vuole. Qui l’autrice scrive quanto ha visto nella sua stessa vita e nella vita delle donne che conosce, per iniziare a esprimere quello che la media delle donne sente, pensa e vive.

Come ricorda l’autrice, la California del Sud durante la Seconda Guerra Mondiale, fu oggetto di una significativa immigrazione dall’Est e dal Sud del Paese, in particolare la popolazione di Los Angeles registrò una crescita del 29%. Gli immigrati e le immigrate prendevano posto negli stabilimenti industriali sull’onda della grande domanda di lavoro del periodo bellico. Soprattutto per le donne, questo passaggio significò il primo ingresso in massa nel mercato del lavoro e, seppur ricco di contraddizioni che presto emergeranno, rappresentò la prima occasione di indipendenza, sia materiale attraverso il salario, sia esistenziale in quanto lontane dall’isolamento delle mura domestiche e dal controllo familiare.

[…] anche se odiavamo il lavoro di fabbrica, esso forniva alla maggior parte di noi la prima occasione di un’esperienza sociale indipendente, fuori dall’isolamento della casa. Quell’esperienza sembrava la sola alternativa.

Nonostante la condizione di migranti le costringesse a una dipendenza maggiore dal salario, in quanto prive di qualsiasi rete familiare e sociale a cui far riferimento, questo passaggio rappresentava per loro anche una maggiore e nuova libertà. Lontane dai luoghi di origine e a contatto con la cultura metropolitana, liberarono nuovi comportamenti, nuovi stili di vita e ben presto nuove forme di lotta.

Il fatto che eravamo immigrate provenienti da zone industriali o agricole o minerarie accresceva la nostra dipendenza dalla busta paga, dal momento che non potevamo contare che su noi stesse. Ma c’era anche un vantaggio […] riuscimmo a ottenere una nuova libertà di azione. Eravamo libere dal controllo di padri e madri che erano rimasti indietro nell’Est o giù nel Sud.

All’interno degli stabilimenti industriali, le donne comprendono presto che la loro liberazione non può passare attraverso lo sviluppo capitalistico e che la loro autonomia e il rifiuto dell’isolamento domestico non risiedono nell’alternativa economica all’interno della pianificazione del capitale. Il lavoro domestico e di cura sottopone la donna allo svolgimento di mansioni che sfruttano tutte le capacità fisiche, emotive, intellettuali per l’intero arco della giornata, consentendo la produzione e la riproduzione della forza-lavoro senza sosta.

È tra le mura domestiche che si consuma il primo sfruttamento delle donne, il capitale contiene i costi della riproduzione della forza-lavoro scaricandoli interamente sul lavoro domestico non retribuito, salvaguardando in questo modo il tasso di accumulazione che altrimenti ne avrebbe significativamente risentito. Questo comporta la naturalizzazione del lavoro riproduttivo, ma anche una gerarchia del lavoro che divide le donne dagli uomini, consentendo al capitale di controllare in modo più efficace lo sfruttamento del lavoro delle donne attraverso la relazione coniugale. Nel documento di Selma James, infatti, le donne casalinghe vivono il matrimonio e la maternità consapevoli dell’aggravamento delle loro condizioni rispetto alla propria esistenza da nubili. La famiglia diviene il centro di produzione sociale nel regime capitalista, di condizionamento, di consumo e di riserva della forza lavoro.

Dicono che la donna in casa è la padrona di sé stessa. Nel senso che nessuno le impone il ritmo di lavoro. Nessuno le dice quanto lavoro deve fare. E nessuno le sta alle costole tutto il giorno […] Una casalinga ha un padrone completamente diverso. Il suo primo padrone è il lavoro del marito. Qualunque cosa debba fare, una donna dipende dal lavoro che fa suo marito. […] Il fatto che il marito abbia un lavoro relativamente facile oppure uno difficile, influisce anche sulla vita di lei. Un uomo che ha un lavoro molto pesante […] tornerà a casa sempre più brontolone e diventerà sempre più difficile vivere con lui. La donna deve imparare a controllare molto di più il suo carattere se ci deve essere un po’ di pace e anche i bambini devono essere controllati molto di più. I figli e la necessità di occuparsene sono il secondo fattore che condiziona l’esistenza che dovrà condurre la donna. […] Il padrone ancora più intransigente, tuttavia, quello che veramente comanda la vita della donna è il lavoro domestico vero e proprio. Quel lavoro non ti considera un essere umano. Non ha nessuna importanza quello che senti o hai voglia di fare. Esso ti domina in qualsiasi momento sia in casa che fuori. Sei continuamente in cerca di finire un lavoro che non ha fine.

Il lavoro fuori dalle mura domestiche, rappresenta inizialmente la rottura dell’isolamento e del regime domestico, l’indipendenza economica e la possibilità di sovvertimento dei ruoli di genere.

Uno dei modi in cui la donna esprime il rifiuto del suo ruolo nella società è quello di andare fuori a lavorare. Oggi lavorano molte donne che non hanno mai lavorato prima. […] Il maggior bisogno di cui necessita la donna è di una qualche indipendenza economica. Le donne non vogliono più chiedere denaro al marito per ogni spesa, vogliono avere soldi propri. Il denaro che ti dà il marito, anche se lavori altrettanto intensamente quanto lui, non è mai veramente tuo, anche se può essere maneggiato da te per i bisogni della famiglia. I bisogni che le donne hanno non possono mai essere veramente soddisfatti con i soldi che il marito porta a casa. […] Quando una donna lavora sa di non dovere più passare sopra molte cose riguardo al marito se lui sbanda con il bere o uscendo con altre donne, lei lo pianterà in asso più rapidamente di prima. Essa adesso si rende conto che, se è necessario, è sempre in grado di mantenersi.

All’interno delle fabbriche, tuttavia, le donne si rendono presto conto di essere sottoposte ad un’altra forma di sfruttamento, «il lavoro di fabbrica è tedioso e ripetitivo, fisicamente pesante. Risenti in ogni tuo muscolo di quello che hai fornito in una giornata di lavoro». Il lavoro nella produzione non libera la donna dal lavoro domestico e di cura, ma ad esso vi si aggiunge. La donna dalla catena di montaggio passa alla casa «lei ha due lavori, è una madre e una casalinga a mezzo tempo e una lavoratrice salariata a tempo pieno». Le donne intuiscono, dunque, di dover lottare contro entrambi i padroni e iniziano a sviluppare forme autonome di conflitto, contro gli uomini convinti che il loro posto sia in casa e contro il comando capitalistico che le vorrebbe tenere al proprio posto nella produzione del plusvalore.

Riconoscendosi fondamentali per la riproduzione del capitale, le donne si riconoscono essenziali per la sua distruzione, «perché la pace fredda contro le donne non ha conosciuto disgelo: a meno del fuoco della nostra lotta». Se la lotta di classe negli Stati Uniti della prima metà del Novecento viene considerata tra le più potenti espressione della classe a livello internazionale, la lotta autonoma di liberazione della donna porta a ridefinire la classe stessa. Considerando il lavoro domestico come centro di produzione sociale, le donne hanno identificato la casa come il luogo in cui si consuma il massimo grado di concentrazione del circuito di produzione capitalista. Il lavoro domestico allora non è altro dalla fabbrica, ma ne è il suo fondamento, e le donne, le operaie che producono la merce più importante, la forza-lavoro. La fabbrica diviene allora fabbrica sociale e la lotta di liberazione dal comando invade tutti gli aspetti in cui esso si esprime.

Il contesto sociale non è quindi un’area di libertà e di tempo ancillare alla fabbrica dove capita che ci siano le donne degradate a serve personali degli uomini. Il contesto sociale è l’altra metà dell’organizzazione capitalistica, è l’altra area di sfruttamento capitalistico nascosto, l’altra nascosta fonte di plusvalore. E diventa sempre di più irrigidimento come la fabbrica, dove i costi e la natura dei trasporti, gli alloggi, l’assistenza medica, l’istruzione e la polizia sono tutti momenti di lotta. E questa fabbrica sociale è imperniata sulla donna che in casa produce forza lavoro come merce e sulla sua lotta per non continuare a produrla.

Partendo dall’analisi dell’organizzazione capitalistica del lavoro, e del rapporto salariale su cui si fonda il rapporto sociale di capitale, le donne sottolineano come le due caratteristiche del lavoro capitalistico siano la produzione di merci e la produzione di forza-lavoro per il mercato. La produzione di forza-lavoro realizzata dalle donne è resa invisibile dal capitale, così il potere sociale dell’uomo, basato sul riconoscimento del proprio lavoro e sull’accesso al salario, è negato alle donne. Ampliando il concetto di lavoro, includendovi anche il lavoro non retribuito, le donne hanno smascherato i meccanismi di esclusione che il rapporto salariale implica, disoccultando lo sfruttamento del lavoro non salariato. Questo ha portato a ricercare i soggetti della lotta non solo nel proletariato industriale ma tra il lavoro non retribuito, tra gli schiavi, i colonizzati, le casalinghe proletarie. Il contesto sociale e politico in cui il movimento femminista statunitense si è sviluppato ha facilitato la ridefinizione della classe e l’identificazione dei suoi soggetti. A partire dal XIX secolo, la crescita dell’attivismo femminista ha seguito gli sviluppi del processo di liberazione della popolazione nera. La classe operaia nera ha dimostrato che «nero e operaio erano sinonimi in modo schiacciante, le richieste dei neri erano le più ampie richieste di classe operaia, e le forme di lotta elaborate dai neri costituivano le più incisive forme di lotta di classe operaia». 

Nelle forme di rifiuto e lotta elaborate dalle donne americane degli anni Cinquanta, la battaglia per il salario reale, per il blocco dell’aumento dei prezzi dei beni di consumo, per l’accesso ai servizi sociali, contro l’alternativa della casa e della fabbrica – di cui il documento di Selma James è testimonianza – è possibile rintracciare le origini di una riflessione femminista che nel dibattito internazionale sul salario al lavoro domestico degli anni Settanta, troverà gli sviluppi che qui si è cercato di delineare. Alla base del lavoro di Selma James degli anni Cinquanta, vi era la riflessione del gruppo che faceva capo alla rivista Correspondence, incentrata sul ruolo dell’iniziativa e delle lotte autonome dei diversi strati proletari. Le inchieste realizzate in quegli anni sulle condizioni reali delle masse proletarie americane, di cui A Womens’s place rappresenta un efficace quanto antesignano esempio, hanno permesso di individuare, fin dalla Seconda metà degli anni Quaranta, la maturità dell’azione autonoma di quei soggetti e movimenti che nel corso degli anni Sessanta avrebbero condotto la sfida più radicale alla classe dirigente statunitense: le donne e i neri. Soggettività di classe che non hanno bisogno di alcun indottrinamento né rispetto al proprio desiderio di emancipazione dallo sfruttamento capitalistico, né tanto meno riguardo alla consapevolezza che la propria liberazione, ça va sans dire, non sarebbe mai passata attraverso alternative interne alla dinamica del Capitale.

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