Autoritarismo digitale: quando il web diventa complice dei regimi.

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Una delle qualità che hanno caratterizzato da sempre il Web è stata la democraticità. Le recenti democrazie hanno idealizzato Internet come una rete globale libera, aperta, interoperabile e sicura, che avrebbe costituito una forza democratizzante in grado di accrescere il potere nelle mani dei singoli individui e di indebolire le gerarchie consolidate. Ma è veramente così? Forse, non sempre. Infatti, per i regimi autoritari, il web si è spesso rivelato uno strumento ideale per sviluppare forme di autoritarismo digitale. In effetti, i regimi autoritari hanno adottato un approccio diverso nei confronti del cyberspazio rispetto a molte democrazie. Hanno fortemente sostenuto la nozione di sovranità digitale, prefiggendosi come obiettivi principali quelli di controllare lo sviluppo tecnologico nazionale e gestire autonomamente la sicurezza e la privacy dei propri cittadini. Ciò ha consentito la raccolta e lo sfruttamento dei big data, che vengono strumentalizzati al fine di modellare le interazioni economiche e sociali, promuovendo i principi e valori del regime di turno. I servizi di sicurezza informatica di numerosi regimi esercitano una profonda censura sui contenuti accessibili in rete e sui server per evitare lo scambio di informazioni con canali esterni.Al tempo stesso, sfruttano abilmente i social media per ampliare il proprio raggio d’azione, coinvolgendo una massa di cittadini più ampia di quella raggiungibile tramite i media interni, come ad esempio le comunità diasporiche all’estero. Tali controlli vengono anche svolti tramite l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale (AI).

Cosa si intende per autoritarismo digitale?

Lo CSIS “Center for Strategies & International Studies” lo ha definito come l’uso della tecnologia da parte di governi autoritari per controllare e “modellare” il comportamento dei cittadini attraverso la repressione, la manipolazione e la censura online. Numerosi leader illiberali o autoritari in Asia centrale e orientale, Medio Oriente, Africa e America Latina utilizzano gli strumenti tecnologici per sostenere i propri regimi. Identificare, monitorare e censurare le persone online è la forma più manifesta dell’autoritarismo digitale. Ma non è tutto. Questo fenomeno include la sorveglianza individuale e di massa attraverso telecamere ad alta risoluzione, riconoscimento facciale e programmi di spionaggioTali strumenti hanno dato origine ad una vasta gamma di nuovi metodi di controllo dei cittadini, a costi estremamente inferiori rispetto al passato, quando il controllo poteva essere assicurato solo dalla componente umana sul campo. 

Ma le nostre democrazie sono immuni dall’autoritarismo digitale?

Se proprio vogliamo dirla tutta anche nelle democrazie il fenomeno della sorveglianza di massa si sta diffondendo sempre di più tra le forze di sicurezza. I dati raccolti da Freedom House rivelano che dal 2000 il numero delle restrizioni alle libertà politiche e civili a livello globale è cresciuto in maniera rilevante. Sull’altare della sicurezza nazionale i nostri sistemi democratici hanno sacrificato parte delle nostre libertà. I primi strumenti di sorveglianza di massa sono stati ideati per monitorare gravi minacce, mentre in passato le autorità giustificavano l’uso di tali dispositivi in funzione antiterroristica o di lotta a crimini come l’abuso sessuale o il traffico di stupefacenti, ad oggi le forze di sicurezza  e alcune agenzie federali li utilizzano per fini sempre più discutibili, come lo screening dei viaggiatori in base alle loro opinioni politiche o il monitoraggio del comportamento di studenti, attivisti e manifestanti.Di fatto, anche a causa della mancanza di quadri normativi internazionali, la vendita globale di dispositivi legati alla tecnologia di sorveglianza è stata in grado di prosperare, con conseguenti violazioni significative e ricorrenti dei diritti umani. Secondo Freedom House, tra il 2015 e il 2019 vi è stato un aumento nelle ricerche di tali dispositivi del 292%.

E in Cina e Russia?

Riguardo alle politiche di controllo e sorveglianza la Cina gioca un ruolo centrale. Pechino è tra i leader mondiali nell’innovazione tecnologica, nonché nell’utilizzo e nell’esportazione di numerosi strumenti di sorveglianza. Una complessa rete di regolamenti permette allo Stato cinese di accedere ai contenuti e ai metadati degli utenti, consentendo alle autorità di identificare più facilmente gli individui che condividono contenuti sensibili.

L’autoritarismo digitale incorpora sistemi di incentivazione e punizione abilitati dalla tecnologia, come il sistema di credito sociale cinese, che istituzionalizza il trasferimento di dati tra società tecnologiche private e agenzie governative in modo da consentire solo ai cittadini conformi di partecipare pienamente alla società e all’economia. Le aziende cinesi hanno esportato tecnologie di sorveglianza a numerosi governi in tutto il mondo, inclusi Etiopia, Ecuador, Sudafrica, Bolivia, Egitto, Ruanda e Arabia Saudita. Similmente, numerose aziende russe hanno esportato tecnologie di intercettazione e sorveglianza in paesi come Kazakistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. 

Potenze come Cina e Russia delegittimano la diffusione dell’autoritarismo digitale ponendosi esse stesse come modello da seguire. La fattibilità e l’attrattiva dei modelli di governance del cyberspazio adottati da paesi così grandi e autorevoli influiscono infatti drasticamente sulle decisioni politiche anche al di fuori dei confini di tali potenze. In tale contesto, sia Pechino che Mosca hanno costituito validi esempi tecnici e politici di censura delle notizie straniere e repressione del dissenso online.

E nel mondo arabo?

Quello che i paesi del mondo arabo hanno ottenuto dalla Cina è stato sia un fondamentale sostegno politico, sia la possibilità di importare hardware di sorveglianza per rinforzare i metodi locali di controllo della popolazione. Negli ultimi dieci anni, Pechino ha ospitato diversi convegni sulle tematiche di censura e sorveglianza, con funzionari dei media di stato provenienti da Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Sempre secondo Freedom House, questi incontri sono stati seguiti dall’introduzione di leggi sulla sicurezza informatica simili a quelle cinesi all’interno di tali paesi. Anche numerose aziende con sede negli Stati Uniti, Israele e vari Paesi europei, tra cui Italia, Germania, Francia e Regno Unito, hanno esportato tecnologie di sorveglianza in Medio Oriente e Nord Africa (MENA). 

Gli strumenti di comunicazione digitale hanno conferito potere ai giovani e facilitato la partecipazione politica, svolgendo ad esempio un ruolo fondamentale nelle rivolte arabe che hanno travolto la regione MENA tra il 2010 e il 2011. In quel frangente molti attivisti, oppositori e giornalisti hanno fatto ricorso alle piattaforme online per esprimere le loro opinioni, eludendo in questo modo il controllo statale. Tuttavia, molti di quei regimi hanno poi imparato a rispondere a questa sfida, inventando nuove misure per reprimere gli oppositori, non soltanto sul campo, ma anche online. 

Conclusione 

Lo sviluppo del settore tecnologico, in numerose aree del mondo, ha avuto e sta avendo un potenziale trasformativo enorme sulla società. Tuttavia, la progressiva digitalizzazione continua a rappresentare un’arma a doppio taglio. Se da un lato le nuove tecnologie migliorano la trasparenza e l’accountability, dall’altro forniscono ai regimi autoritari (e non) mezzi sempre più sofisticati per monitorare la popolazione, reprimere il dissenso e produrre forme di controllo sempre più capillari ed invasive nella sfera privata del singolo, mettendo in discussione diritti e libertà fondamentali. Non siamo contrari ai piani di sviluppo sulla digitalizzazione, che riteniamo efficaci e utili per lo sviluppo economico e sociale, ma desideriamo porre l’attenzione sulla politica nazionale, europea ed internazionale affinché, sia regolamentato l’uso degli strumenti digitali per garantire la nostra privacy, le nostre libertà e i nostri diritti fondamentali.

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