Diritto di uguaglianza davanti alla legge: discriminazione violenta e discriminazione di sistema.

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Preambolo 

Ci eravamo lasciati nello scorso articolo con una riflessione su come, un 2020 particolare ed inaspettato, ci abbia fatto riscoprire, nell’agiato Occidente, l’importanza di due diritti umani fondamentali, che in altre parti del mondo sono da sempre calpestati: il diritto alla salute e il diritto all’istruzione. 

Oggi proviamo invece a concentrarci su un aspetto primario delle nostre vite che è ben racchiuso negli articoli 7, 8, 9 e 10 della Dichiarazione universale dei diritti umani: il diritto di eguaglianza davanti alla legge. 

In una democrazia fondata su una solida costituzione come quella Italiana, può sembrare scontato come diritto, ed una battaglia in difesa di esso potrebbe essere additata, in maniera incosciente, come non necessaria. Ma bisogna fare attenzione. La società in cui viviamo sicuramente ha sviluppato forti anticorpi di fronte ad atti di discriminazione violenta (come il pestaggio ingiustificato da parte di un poliziotto, che in quel momento rappresenta malamente la legge, su un civile) ma la discriminazione più pericolosa è quella che parte in maniera più morbida e subdola, evitando di essere notata dai nostri anticorpi. 

Spesso questa discriminazione silente viene innescata da una vera e propria legge emanata da un parlamento, diventando così una discriminazione di sistema. Ma capiamola meglio. 

Diritto di uguaglianza davanti alla legge. 

Articolo 7: “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.”

Articolo 8: “Ogni individuo ha diritto ad un’effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali nazionali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.”  

Articolo 9: “Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.”

Articolo 10: “Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri nonché della fondatezza di ogni accusa penale gli venga rivolta” 

Leggendo questi limpidi articoli la prima sensazione è quella che non ci sia più il bisogno di lottare per essi nel mondo occidentale, e questo ci allontana anche dal combattere per promuoverli in zone meno fortunate del pianeta. Ma è una sensazione ingannevole. 

Un esempio di discriminazione di sistema, che entra nelle nostre vite pian piano e si lascia accettare, ci è dato dal sistema statunitense.
Nel 2018 una notizia, strana, inizia a rimbalzare sui principali giornali USA: una bambina di appena 8 anni viene arrestata dalla polizia. Ammanettata e portata in auto in commissariato. Appena 8 anni. Immaginate.
Da lì parte una più larga inchiesta giornalistica che porta alla luce un fenomeno non così raro, soprattutto in alcuni stati del sud degli Stati Uniti. La vicenda riaccende i fari su una questione che da sempre affligge in maniera silente e subdola il sistema scolastico americano: una maggiore tendenza a punire e sospendere bambini di colore. Come vedete non stiamo parlando di una forma di discriminazione esplicita e violenta, bensì di un sistema che contiene al suo interno una tendenza che sul lungo termine porta danni ben maggiori di un razzismo esplicito.
Negli USA un ragazzino di colore è circa tre volte più probabile che venga sospeso almeno una volta durante la sua vita scolastica. Una sospensione, come ben sappiamo, rende altamente probabile la perdita di un anno scolastico che alimenta il maggiore tasso di abbandono della scuola nei ragazzini. Il circolo vizioso si chiude con un maggior numero di ragazzi di colore per strada, senza un mestiere ed un’istruzione, carne da macello per la criminalità, che innalzano ancor di più la viziata percezione per cui la comunità di colore delinqui di più di quella bianca. Questa percezione errata ed ingigantita sta alla base della diffidenza delle/gli insegnanti che innescano inizialmente questo ciclo. 

Ma come siamo messi in Italia?
Forti del terzo articolo della nostra oculata Costituzione, potremmo dire “alla grande”, ma negli ultimi anni abbiamo assistito ad un incremento di intolleranza nei confronti di tutto ciò che non è bianco, cattolico ed etero (maschio), tanto da portare, anche all’interno dei confini italiani, degli esempi di discriminazione di sistema. 

Nel 2018 la leghista Casanova, sindaca di Lodi, decide di inasprire i criteri per l’assegnazione alle famiglie di servizi come la mensa scolastica gratuita. In particolare, viene deciso che per le famiglie straniere (anche se regolarmente residenti in Italia) non basta presentare la dichiarazione dei redditi come si era soliti fare, ma serve presentare, in aggiunta, dei documenti che attestino la nullatenenza di beni nel proprio paese di origine.
Come ben chiaro nella mente della sindaca leghista sin dal principio, recuperare un documento del genere in paesi di fame, guerra e fallimento delle istituzioni nazionali, diventa una sfida impossibile per le famiglie immigrate. Questa delibera ha come risultato l’emarginazione di circa 300 bambini di scuola elementare, nella sola città di Lodi, durante l’ora del pranzo a scuola, dove viene negato loro l’accesso alla mensa nonostante le loro famiglie abbiano tutti i criteri economici per poterne usufruire.
Se gli anticorpi della società non fossero stati forti abbastanza avremmo assistito ad una vera e propria discriminazione di sistema che, nel lungo periodo, avrebbe portato i giovani alunni provenienti da famiglie immigrate ad isolarsi e ghettizzarsi sempre più, creando generazioni di mal contento e di diffidenza nei confronti dell’Occidente. 

Per fortuna, questa volta, la società è stata più forte dell’odio di qualche piccolo amministratore locale e ha risposto con il pratico supporto economico a queste famiglie e l’aiuto per poter procedere attraverso il ricorso legale a questo scellerato provvedimento comunale. Ricorso infine vinto con l’atto della sindaca giustamente descritto come una chiara discriminazione su base etnica. Alla fine, i fondi raccolti dalla comunità sono stati più di 150 mila euro, tramite la campagna “Colmiamo la differenza” promossa dal Coordinamento Uguali Doveri. In seguito al ricorso vinto, tali fondi sono stati destinati alla realizzazione di iniziative di integrazione sociale segnando così un lieto fine ad una vicenda che avrebbe potuto portare a risvolti ben più che negativi. 

Lieto fine che è ancora ben lontano dal compiersi totalmente per un’altra discriminazione di sistema a cui abbiamo assistito negli ultimi anni in Italia.  Tra il 2018 e il 2019, l’allora ministro dell’interno, Matteo Salvini, portò a compimento una serie di restrizioni, sotto l’ingannevole nome di Decreti Sicurezza, che di fatto incrementavano la segregazione ed emarginazione dei migranti, consegnando al paese una più elevata criminalità e rischio di disordini sociali. Tutto questo venne messo in atto a nome dello Stato italiano, mediante un suo ministro, diventando quindi, una delle più palesi e gravi discriminazioni di sistema a cui abbiamo assistito in Italia negli ultimi decenni. Senza entrare nel dettaglio di questi decreti che macchiano per certo la nostra storia repubblicana, possiamo rapidamente ragionare su quali siano gli effetti di una tale azione del sistema nazione e come essi possano diventare pericolosi nel giro di pochi anni. 

Tra i risultati immediati ottenuti dai decreti sicurezza vi fu:

  • l’impedimento ai centri SPRAR di esistere e praticare un’efficiente accoglienza ed integrazione dei rifugiati. Questo sin dai primi mesi, portò ad un aumento del numero di migranti finiti per strada ed ingabbiati tra le maglie della criminalità locale.
  • L’allungamento dei tempi per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Percorso già di per sé lungo e tortuoso. Inasprimento che negli anni avrebbe portato ad un crescente rancore tra i giovani italiani di origine straniera, generando talvolta fenomeni di violenza e rivendicazione come abbiamo ad esempio visto durante l’espansione dell’ISIS nelle periferie ghetto di Parigi e Bruxelles. 
  • Inasprimento delle multe e sequestro delle navi alle organizzazioni fatte di persone che spendono la loro vita nel salvataggio di altre. Questo aspetto, tra i più sottili di quelli osservati, sin dai primi giorni diede i suoi frutti nell’incentivare l’odio sociale nei confronti delle organizzazioni umanitarie, col pericoloso effetto a lungo termine di instaurare nella popolazione il pensiero secondo il quale non sempre il far del bene al prossimo sia la strada da seguire. Un seme di odio ed intolleranza pericolosissimo per qualsiasi società.

La sintesi di questo excursus di esempi di discriminazione di sistema è che agli atti brutali, violenti e quindi espliciti ci si arriva di passo in passo, dopo anni o addirittura decenni di promozione di una cultura dell’odio, che inizia in maniera silente, con piccoli provvedimenti discriminatori, quasi difficili da percepire e culmina in eventi cardine come l’omicidio Matteotti durante l’ascesa del fascismo in Italia o l’episodio simbolo di questo 2020, l’uccisione del compianto George Floyd per mano di un agente della polizia statunitense. 

Eventi simbolo, a cui si arriva perché per troppo tempo il seme della discordia è stato alimentato. Se da un lato, quella parte di popolazione che ha sviluppato più anticorpi a questi atteggiamenti discriminatori ha il dovere civile di tenere alta l’attenzione e denunciare qualora ve ne fosse bisogno, dall’altro le istituzioni governative hanno il dovere di non dare spazio a discriminazioni di sistema e promuovere invece una cultura dell’integrazione sociale e del bene, con atti pratici come: 

  • Lo Human Rights Office, istituito nel 1964 dall’allora presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson, e potenziato dall’amministrazione Obama, fu un organo di monitoraggio e controllo di incredibile efficacia. Esso era incaricato alla raccolta di dati inerenti alle discriminazioni implicite e/o esplicite del sistema scolastico statunitense nei confronti dei bambini di colore, e alla messa in opera, poi, di misure correttive basate su questi dati. L’uscente presidente Donald Trump, senza indugio, bloccò le attività di questo ufficio. 
  • Lo Ius soli, che porterebbe un più agile e giusto ottenimento della cittadinanza da parte di quei bambini che completando un ciclo di istruzione completo sul suolo nazionale, sarebbero da considerarsi a tutti gli effetti cittadini di quello Stato. Questo gioverebbe all’integrazione e contribuirebbe a tenere a bada eventuali rancori etnici e rabbie sociali, portando benefici culturali e progresso all’intera popolazione. 
  • Un sistema di riconoscimento Europeo per i nuovi flussi migratori. Ottenere un riconoscimento in tempi brevi e con procedure precise, permetterebbe al migrante di essere identificato/a e quindi di poter accedere al mondo del lavoro regolare, ottenere una casa e creare una famiglia. Un beneficio su ogni fronte per un continente vecchio e in stallo come quello Europeo. 

La discriminazione e le differenze davanti alla legge non giovano a nessuno, né culturalmente e né economicamente. Se il problema esiste, esiste anche la sua soluzione. I governi devono perseguirla. 

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