ELEZIONI USA 2020. Perché il destino degli Stati Uniti dovrebbe interessare tutti noi

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Preambolo 

Qualche giorno fa abbiamo assistito a scene che, per quanto bizzarre e quasi grottesche, molto assomigliano all’inizio di un colpo di stato. La presa armata del Campidoglio a Washington, sede del Congresso americano, segna il capitolo finale di un lungo percorso di impoverimento dei principi della democrazia intrapreso dell’uscente presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump. Quelle decine di persone armate ed in preda ad uno stato di rabbia quasi confusionale non sono di certo lo specchio di una società sana e coesa, ma rappresentano invece il risultato di una politica dell’odio e un linguaggio della rabbia e del risentimento tipico dell’intera amministrazione Trump. Fino a pochi istanti prima dell’irruzione nel palazzo, era lo stesso presidente degli Stati Uniti ad incitare quei gesti e fomentare la folla con la menzogna, sia ben chiaro. E non scappi all’attenzione pubblica come un palazzo così importante per la democrazia statunitense avesse una sorveglianza poco più corposa di quella che si trova in un comune centro commerciale, senza dimenticare quello che invece abbiamo visto nel contrastare i movimenti del Black Lives Matter, con la guardia nazionale in assetto antiterroristico.
Ad oggi, tanti personaggi del sovranismo e populismo mondiale hanno fatto un passo indietro, prendendo le distanze dal triste finale della storia Trump, ma a questi personaggi e al loro cieco elettorato bisognerebbe chiedere cosa si aspettassero dopo anni di odio e violenza (verbale e non). Non bastavano le violenze razziali della polizia americana totalmente avallate dalla presidenza? Non erano forse un segnale sufficiente i bambini rinchiusi in gabbia come bestie alla frontiera col Messico?
È forse tempo di abbandonare questa pericolosa ipocrisia. 

Vero isolazionismo? 

Questo susseguirsi di eventi ci ha catapultati ancora una volta ad interessarci di ciò che accade oltreoceano, come avevamo fatto durante il voto statunitense in novembre e come faremo il giorno dell’insediamento del nuovo Presidente, Joe Biden. Questo modo isterico con cui ci approcciamo alla politica USA non è casuale e non è stato sempre così. Esso è figlio, infatti, dell’isteria dell’amministrazione Donald Trump che da un lato professa e pratica l’isolazionismo, quando gli conviene, dall’altro offre al mondo, senza preavviso, eventi che portano a scenari estremi con cui tutti noi dobbiamo fare i conti. 

Prima delle ultime esperienze trumpesche, l’interesse di noi cittadini europei nella politica americana era qualcosa di più organico, costante, non un continuo e pericoloso sali e scendi vertiginoso. Questo accadeva perché la politica estera americana era molto più legata alla nostra, con tutti i lati positivi e negativi del caso, ma offriva per lo meno la possibilità di dialogo, cooperazione internazionale, ed anche una percezione più serena da parte del cittadino, senza punte isteriche di odio. 

Ma come ha agito Donald Trump per portare alla nostra percezione e agli affari internazionali di mezzo mondo, così tanto squilibrio?
Trump sale al potere all’urlo di “Make America great again” (facciamo tornare di nuovo grande l’America). Tralasciando il fatto che America è molto altro, non soltanto Stati Uniti, e quindi sicuramente nella mente di Donald il Messico non ha la stessa dignità degli USA e i suoi cittadini meritano di marcire nelle gabbie al confine, ma qualcuno dovrebbe spiegargli anche il falso storico con cui ha ammaliato parte degli americani.
L’ultima volta che gli Stati Uniti sono stati isolati dal resto dell’Occidente era prima della Prima Guerra Mondiale, stiamo parlando di un secolo fa. E non c’era ancora niente di grande in quell’America lì, se non la grande libertà di poter fare quello che si voleva in larga parte del territorio, non ancora regolamentato da leggi e lasciato in mano all’iniziativa (criminosa e non) di singoli individui. Stati Uniti ancora ben lontani dall’essere una potenza mondiale quelli di quel tempo.
Ma prendendo per buona questa sua falsità propagandistica, cosa vuol dire isolazionismo per gli States nel nuovo millennio? È come se voi foste i creatori di un gioco e contemporaneamente il giocatore più forte, e aveste passato l’ultimo secolo a plasmare questo gioco a vostra somiglianza, esportando il vostro modo di giocare, modificando il campo da gioco in base alle vostre esigenze, ed oggi, all’improvviso, quando le cose si fanno più complicate, usciste dai giochi abbandonando ogni sfida. Eh no cari US, troppo comodo così! 

La globalizzazione dell’ultimo secolo è stata proprio ciò che ha portato gli Stati Uniti ad essere la potenza mondiale che conosciamo. Isolarsi oggi, vuol dire non curarsi degli effetti negativi che quella globalizzazione sfrenata e talvolta incontrollata abbia portato.
Nel concreto il signor Donald Trump, come uno dei primi atti, di questo isolazionismo, ha pensato bene di abbandonare gli accordi sul clima di Parigi e tagliare internamente ogni finanziamento alla ricerca di soluzioni per la più grande sfida che ci aspetta nel prossimo decennio: il cambiamento climatico. Questo vuol dire lasciare noi Europa, quasi da soli, ad occuparci dell’urgente pericolo, nonostante la maggior parte dei gas serra oggi nell’atmosfera siano stati emessi proprio dagli Stati Uniti nel corso dell’ultimo secolo.
Un altro esempio di questo isolazionismo impraticabile è stato il ritiro massiccio delle truppe americane dall’Iraq, lasciando alle spalle una polveriera disordinata ed ingestibile. Ancora una volta vige la filosofia del “crea il danno e poi lavatene le mani”.
La serie continua con “tutti isolazionisti coi mercati degli altri” a cui abbiamo assistito quando alcuni paesi UE decisero di inasprire la tassazione per le grandi multinazionali high-tech statunitensi e Trump rispose prontamente con dazi a danno dei nostri mercati. Due pesi e due misure per il caro vecchio Donald.
Chiudiamo la serie del finto isolazionismo, per non dilungarci oltre, con l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. Decisione presa al di là di ogni coinvolgimento della NATO, che ha lasciato il mondo sospeso per una settimana in attesa di sapere se stessimo sfiorando un nuovo conflitto con due potenze nucleari coinvolte, o meno. Fin troppo facile quando non sei tu ad avere il Medio Oriente dietro casa. 

Verso che futuro andiamo? 

Ad elezioni concluse quindi, cosa dobbiamo augurarci dalla nuova amministrazione del Presidente Joe Biden per lasciarci alle spalle questo pericoloso finto isolazionismo? Con un po’ di contesto in mente, oggi abbiamo due superpotenze mondiali sulle facce opposte del pianeta, Cina e Stati Uniti. Due modelli di società, due modi di intendere la vita, la politica e anche l’economia, risultato di una storia totalmente diversa, come ci ricorda Federico Rampini nel suo bellissimo libro “Oriente e Occidente. Massa e individuo”. Da un lato non possiamo pretendere di ignorare questi due colossi, ma dall’altro non dobbiamo neanche pensare di doverne scegliere uno a cui ispirarsi, come facemmo per decenni durante la Guerra Fredda tra USA e URSS. Oggi l’Europa ha la maturità e la capacità di tornare centrale nelle questioni mondiali e portare un modello etico di società diverso dai due sopracitati. In questa visione è necessaria una proficua collaborazione con i due colossi, per affrontare le sfide mondiali che ci aspettano.
Se il colosso d’Oriente è ancora sottoposto ad una dittatura monopartitica, poco rispettosa dei diritti dei suoi lavoratori e cittadini in generale, il colosso d’Occidente risulta malato e stordito dagli eccessi del suo capitalismo, ma sicuramente esso può quantomeno ritrovare il tradizionale dialogo con l’Europa e lasciarsi ispirare dalla nostra maggiore attenzione alle tematiche moderne e alla nostra capacità di garantire una democrazia più sana. L’agenda degli anni 20’ del nuovo millennio ha tanto da guadagnare da un miglioramento della democrazia statunitense ed una ritrovata collaborazione con l’Europa: 

  • Ambiente. Un impegno che è sempre più costante da parte dei governi e cittadini europei. Si può e si deve fare ancora tantissimo, ma se gli States, che più di tutti nella storia hanno contribuito a compromettere l’equilibrio naturale del nostro pianeta, arrivassero perlomeno alla nostra percezione del problema, potremmo accelerare di molto la risposta globale. Per scendere nel concreto, l’amministrazione Trump ha cancellato circa un centinaio di norme ambientali introdotte dall’ex Presidente Barack Obama, definendo pubblicamente il cambiamento climatico come una bufala inventata dai Cinesi (il vaneggiare di questo uomo ha smesso di stupirci da tempo). Ridotto le aree forestali protette, cancellato i programmi di salvaguardia dei corsi d’acqua dolce, ridotto le aree di riserva marittima protette dalla pesca e dal transito di navi pesanti, tolto ogni tassa ambientale a miniere e pozzi petroliferi, riammesso le centrali a carbone a pieno regime, riaperto alla perforazione petrolifera dell’Artico, e decine e decine di altri veri e propri atti di violenza nei confronti del nostro pianeta. La sfida è urgente e il principale artefice di tutto ciò ha l’obbligo di farsene carico. USA non puoi più nasconderti. 
  • Sviluppo paesi del terzo mondo. Su questo fronte l’Occidente ha già perso più di un treno negli ultimi decenni. Chiusi nella nostra autoreferenzialità abbiamo perso di vista colossi come la Cina e l’India che lasciavano la condizione di paesi in via di sviluppo e si avvicinavano sempre più ad una crescita da superpotenza. Una crescita brutale però, per il pianeta e per le persone, con scarso rispetto di entrambi questi due elementi. Avremmo potuto offrire un modello più maturo, attento al benessere dell’ambiente e dei cittadini, senza calpestare i diritti di nessuno. La stessa distrazione l’abbiamo avuta con i paesi del sud-est asiatico e oggi, ci stiamo avviando a distrarci ancora una volta nei confronti del continente africano. Un miliardo e mezzo di persone a cui fino ad ora è stato offerto un solo modello di crescita, quello cinese, esportato a suon di miliardi investiti sul territorio del continente africano. L’unico atto dell’amministrazione Trump in merito, chiamato “new Africa strategy” era soltanto un mucchio di punti di scontro col rivale cinese. Una politica estera ancora sofferente degli strascichi della Guerra Fredda, dove ogni atto era eseguito con l’unico scopo di sopraffare il rivale. I paesi africani, nel 2021 non devono e non possono più essere visti come un campo da gioco e un pozzo di risorse per le altre potenze. Serve una guida a questa crescita e se Joe Biden decidesse di convertire le energie che gli Stati Uniti solitamente impiegano nella conquista militare di territori, in piani di sostegno concreto ai paesi del terzo mondo, nel giro di qualche anno potremmo iniziare a vedere una crescita africana sana, pulita e democratica. 
  • Sopravvivenza Patto Atlantico. Potrebbe sembrare superfluo parlare della solidità della NATO, ma raramente è stata più debole di come lo è stata negli anni di amministrazione Trump. Il ritiro dei contributi americani per le missioni di pace, gli improvvisi atti estremi come l’uccisione del generale iraniano che abbiamo menzionato sopra, sono più di un sintomo di debolezza per il Patto Atlantico. In questi anni Donald Trump ha sempre giocato per frammentare l’Europa, e di certo una Brexit compiuta gli avrebbe servito una ghiotta occasione per provare a creare un sotto blocco tutto anglosassone, all’interno della NATO, con un Boris Johnson inizialmente molto allineato col presidente USA. Il vento di questi beceri nazionalismi avrebbe poi soffiato più facilmente in altre realtà europee già vacillanti, come Ungheria e Polonia, senza dimenticare le forti frange sovraniste all’interno dei confini italiani. Le sfide diplomatiche all’orizzonte sono tante, e basti vedere a che polveriera il Mediterraneo stia diventando, con una Libia e una Turchia che usano vite umane in fuga da fame e guerra come arma di negoziazione o un Egitto che sta ormai perdendo tutte le poche conquiste democratiche che aveva ottenuto in passato. Tutto questo ha bisogno che Gli Stati Uniti tornino ai tavoli di negoziazione fianco a fianco coi paesi europei con un rinnovato senso di democrazia. 
  • Conquiste socio-culturali. È indubbio la cassa di risonanza che gli Stati Uniti da sempre offrono, nel bene e nel male, per i cambiamenti socio-culturali. Oggi, ha la grande possibilità di mostrare al mondo intero un nuovo approccio a tematiche centrali come quella dell’immigrazione e dell’integrazione tra etnie. Il neopresidente ha nelle sue mani la possibilità di non rendere vana la lotta del movimento Black Lives Matter e di farsi megafono di una nuova e fresca politica di integrazione e lotta alle discriminazioni. 

Il 2021 è appena iniziato, ma le sfide sono già tante. Saranno solo speranze le nostre?

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