Esplode la rabbia in Russia

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Intervista a Yurii Colombo

In Russia il 23 gennaio, giornata di mobilitazione per la liberazione di Navalny, sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone, dando vita ad una mobilitazione generale che ad oggi resta probabilmente la più grande manifestazione di opposizione a Vladimir Putin dell’ultimo decennio. Come si è arrivati a queste piazze e quali i contenuti e le rivendicazioni principali? 

Siamo arrivati a quella che è una vera e propria esplosione sociale attraverso diverse tappe. La prima di queste sicuramente è stata rappresentata dalle manifestazioni promosse nel 2017 che però coinvolsero sostanzialmente solo Mosca e San Pietroburgo. Furono per lo più mobilitazioni giovanili che unirono i giovani delle grandi metropoli, non legati ai business di Stato e che soffrivano per un ascensore sociale che non funziona più da anni, ai giovani proletari delle immense periferie che trovarono il modo di scaricare la propria rabbia sociale, in porn-riot, in versione, a dire il vero, molto edulcorata. L’anno successivo, invece, è stato il momento della “riforma delle pensioni” con l’innalzamento dell’età pensionabile che è stato inviso soprattutto alle donne, il vero bastione della società russa. Le mobilitazioni vennero gestite dal Partito Comunista di Zjuganov e indirizzate in chiave elettoralistica. Rimase comunque una mobilitazione vasta a vantaggio di un Partito che da sempre è stato solo una “opposizione a sua Maestà”.  

Successivamente sono seguite le proteste per l’esclusione di alcuni candidati outsiders alle elezioni municipali di Mosca del 2019, ma soprattutto si è espressa una rabbia sociale, abbastanza generalizzata, per la mancata espressione nel referendum sulle modifiche costituzionali, tenutosi l’estate scorsa in piena pandemia, e dove è stato autorizzato l’uso del voto elettronico che in Russia ha ancora meno credibilità di quello nei seggi. Modifiche costituzionali, sia detto, volte solo a garantire il potere di Putin almeno fino al 2036, garantendogli altri due mandati di sei anni cadauno dopo il 2024, anno in cui scadrà l’attuale mandato. Tutto questo è stato aggravato da una gestione della pandemia incerta e manchevole che non sta garantendo sufficienti ammortizzatori sociali, a fronte dell’aumento della disoccupazione negli ultimi mesi dal 4,6% al 6,3% (dato molto alto se si considera l’elasticità di un mercato del lavoro senza tutele a gravato dai bassi salari) e l’esplosione dei fallimenti nel piccolo business.       

Si può parlare, dunque, di una mobilitazione generale che ha radici lontane e che ha trasceso “l’occasionale” motivo, ovvero la liberazione di Alexey Navalny? E in che termini, all’interno di essa, trova spazio la questione dell’anticorruzione? 

Possiamo dire che l’avvelenamento di Navalny, il suo arresto dopo il rientro dalla Germania e anche il clamore suscitato dalla messa in onda su YouTube del film – che ha superato i 80 milioni di visualizzazioni – sulla residenza, da centinaia di milioni di dollari, di Putin in Crimea, sono stati tutti fattori detonatori di un vasto malcontento che serpeggia nella società russa da anni. Il tema della corruzione è particolarmente sentito perché vasto, profondamente radicato e favorito da un forte senso di frustrazione in ampi settori della società. Si deve anche tener conto che la corruzione in Russia obbliga i cittadini anche a dover pagare per i servizi sanitari e ospedalieri o per accedere ai più alti gradi dell’istruzione, il che rende la piaga immediatamente sociale e di classe. 

Dal tuo portale e da altri contenuti simili, fuori dalla semplice narrazione mainstreamleggiamo che l’attuale mobilitazione ha coinvolto molti giovani, studenti e precari. Una generazione che alle nostre latitudini si ama definire con il limitativo appellativo di “no future”. Cosa stanno riversando nelle piazze russe queste soggettività? Più che di futuro si può parlare di un presente che sentono violato e di cui si vogliono riappropriare?  

I giovani sono di fatto quelli che si stanno esponendo di più in piazza. Molti adulti con famiglia hanno paura di partecipare a manifestazioni non autorizzate dove il rischio di essere fermati – oltre 3000 i fermi in tutta la Russia il 23 gennaio 2021– se non direttamente arrestati o picchiati dalla polizia è molto alto. Questo, tuttavia, non significa che non ci sia rabbia e frustrazione anche tra i meno giovani.  

Rispetto alle modalità di piazza i giovani hanno fatto, in queste piazze, un salto di qualità. Il 23 gennaio non si sono più fatti trascinare via dalla polizia passivamente come accadeva in passato, ma hanno resistito, formato improvvisati servizi d’ordine e in serata a Mosca hanno perfino tentato un corteo – bloccato dalle cariche della polizia – rivolto verso il centro di prima detenzione dove si trovavano i fermati del pomeriggio. Il cambiamento delle pratiche di piazza è stato percepito anche dalla polizia, disorientata da tanta determinazione. Bisogna, tuttavia, smontare la rappresentazione, tutta sociologica, che viene proposta da molti media anglosassoni, che rappresenta la protesta giovanile in Russia come ribellione della “classe media”. Si tratta effettivamente di giovani spesso con un alto livello d’istruzione impiegati in settori professionalmente alti, come quello dell’IT, della cultura o della sanità, ma che dal punto di vista salariale non supera spesso la soglia dei 500 euro al mese. Davvero difficile, dunque, definire tali strati come “classe media”!  

Si tratta, inoltre, di giovani spesso sensibilissimi a questioni come l’ambiente e l’ecologia, poco si sa che ci sono state moltissime lotte sulle questioni delle discariche di rifiuti – a volte anche nucleari – molto radicali e in alcuni casi persino vincenti. Più che ceto medio si tratta, di fatto, di importanti settori del lavoro post-fordista, precari e super sfruttati, molto simili a quelli del mondo occidentale, con cui condividono spesso valori e punti di riferimento. È lo stesso fenomeno che abbiamo visto, per certi versi, nelle mobilitazioni contro Lukashenko in Bielorussia.    

Quali scenari, secondo il tuo sguardo interno, si aprono dentro e oltre le mobilitazioni e le proteste di questi giorni? 

Si tratta di coglierne la dinamica, tenendo conto che il movimento potrà avere degli alti e bassi, com’è normale che sia, ma proseguirà.  Il regime putiniano per ora non è in discussione. Può contare ancora sul consenso passivo di chi lavora nell’amministrazione pubblica, militare o nel settore della sicurezza e che rappresenta più del 50% della società russa; E sul timore – di parte delle generazioni più anziane – che si torni al caos degli anni ‘90 quando la privatizzazione capitalista frantumò le relazioni sociali nel Paese.  

Per la prima volta, tuttavia, la mobilitazione ha toccato decine di città della provincia russa, solitamente sonnolenta e conservatrice e ciò rappresenta la fine della lunga luna di miele tra strati profondi della società russa e Putin, legame solidificatisi negli anni del boom petrolifero di inizio millennio.  

Le future dinamiche non saranno lineari, ma l’impossibilità del regime, ormai acclarata, di rispondere alle sfide che il Paese ha di fronte, non farà che riaprire costantemente la questione del cambiamento politico. A fronte, in primo luogo, di un potere sempre più rigido che da autoritario si è trasformato ultimamente in un’aperta dittatura. Ogni tipo di riflessione tuttavia andrà fatta sul tempo medio. 

Arriviamo, dunque, al motivo “occasionale” delle proteste. L’opinione pubblica occidentale negli ultimi mesi ha mostrato insolito interesse per la figura di Navalny e per la sua, fuor dubbio, ingiusta vicenda personale-politica. Presentato dalla stampa come il principale oppositore di Vladimir Putin, ci chiediamo se sia davvero così e quale sia il suo programma politico? 

Navalny, per sintetizzare, è un populista. Le sue politiche e le sue proposte oscillano tra l’estrema destra e l’estrema sinistra. La sua politica migratoria, di emarginazione e deportazione dei lavoratori centroasiatici, per esempio, somiglia a quella delle tante leghe e forze sovraniste europee. Dall’altra parte propone il salario minimo e il matrimonio LGBT+ in una società ancora molto conservatrice, se non reazionaria, sui temi dei diritti civili. Vuole aprire alla Ue e avvicinarsi all’Occidente in politica estera e questo piace ai grandi gruppi economici di mezzo mondo che non vedono l’ora di mettere le mani, in un prossimo futuro, sulle grandi riserve naturali russe oggi statalizzate.  

Non è e non può essere sicuramente un amico di chi sta in basso e ai margini della scala sociale. Un’indagine sociologica di questi giorni afferma, di fatto, che solo il 15-20% di chi scende in piazza condivide le sue posizioni, anche se spesso con idee confuse e incerte.  Come hanno sostenuto molti attivisti di sinistra russi in questi giorni è necessario stare dentro il gorgo, dentro le mobilitazioni, per quanto contraddittorie e foriere di altri pericoli.  Chi non risica non rosica, dice del resto un vecchio adagio.  

NOTE

Yurii Colombo è un giornalista e scrittore italiano di lingua madre russa e residente a Mosca. Ha scritto, tra l’altro, per Il Manifesto, Il Fatto quotidiano, Left, Ogzero. Ha recentemente lanciato un suo portale, https://www.matrioska.info che promuove e scommette su un’informazione e analisi indipendente sulla Russia e sull’ex-URSS.

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