GIOVANI e POLITICA. Il Governo Draghi risponde assente.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Preambolo 

Ogni volta che si tratta un argomento in cui sono presenti più fazioni ci si chiede: “È proprio necessario lo scontro? L’urto?”. Ce lo si chiede quando si analizzano i fatti del movimento Black Lives Matter che sfida un intero sistema emarginante da secoli negli USA. Ce lo si chiede quando si guarda ai movimenti femministi con un velo di supponenza che ci porta a porci questa domanda. Ce lo si chiede sempre, per lo meno durante la seconda metà del ‘900, per ciò che riguarda lo scontro generazionale. Una società, quella occidentale, che da sempre ha visto occupare le sue figure di potere da parte di una classe di persone prettamente bianche, di sesso maschile e, non meno rilevante, di ultracinquantenni. 


Il mondo è stato guidato da loro, nella buona e nella cattiva sorte. Loro hanno deciso che guerre combattere, loro hanno deciso che politica economica seguire, loro hanno deciso le sorti di intere altre generazioni. Ma il mondo di oggi, con la tecnologia che corre più veloce delle nostre menti, con un’intera gamma di nuove sfide sul tavolo, con nuovi modi di esprimersi e di vivere, può continuare ad ignorare la parte più giovane della sua popolazione? Può ancora affidare tutto alle sole mani di chi già ha avuto la sua chance e l’ha sprecata nella maggior parte delle situazioni?

Cosa ci mostra la storia? 

Proverò a farmi seguire con piacere in questa difficile questione. Come dicevo, da sempre le generazioni più giovani sono state relegate al ruolo di gregario. Da sempre viste come qualcosa che non è ancora pronto. La società tutta si è nascosta per secoli dietro l’inflazionata parola “esperienza”. Una parola pregna di significato e di rara importanza che, però, nel tempo ha perso di valore per quanto sia stata abusata e ridotta ad un semplice numero sulla carta d’identità. Se guardiamo alla storia recente e meno recente, a ciò che è successo dalle nostre parti, senza allontanarci troppo, capiamo subito perché non è sbagliato aprire questo testo con la parola scontro. La similitudine con la rivoluzione civile descrive bene il rapporto di potere tra le generazioni più giovani e la classe dirigente dai capelli grigi: c’è una fazione che detiene costantemente il potere (gli anziani), ed un’altra che quotidianamente prova a ritagliarsi la propria porzione al tavolo delle decisioni (le giovani leve) e lo fa alternando azioni impetuose ma poco durature a lunghi periodi di battaglia per lo più silente. E quand’è che questa fazione “rivoltosa” raccoglie i suoi migliori risultati? Proprio nelle fasi di scontro e di uso della forza (verbale, ideologica o fisica). Uno stallo che ha quindi come principale effetto quello di vedere salire al potere, di tanto in tanto, quei personaggi provenienti dalle fila dei più giovani che sono stati disposti a fare uso della forza, o anche della violenza, nel loro percorso di ascesa al potere decisionale. 

Per riportare la tematica con i piedi per terra guardiamoci un attimo alle spalle e citiamo brevemente qualche nome. Mu’ammar Gheddafi, ricordato da noi con un volto da uomo cresciuto, da ultracinquantenne, sale al potere in Libia all’età di soli 27 anni. Porta avanti un’idea di socialismo islamico, di modernità per alcuni aspetti, di semplice rottura per altri. Un’ideologia che, condivisibile o meno, è giunta ai vertici di una nazione soltanto quando questo ragazzo risoluto decise di percorrere la via dell’urto, della forza e del colpo di stato. 

Benito Mussolini, diventa il Presidente del Consiglio del Regno d’Italia a soli 42 anni, in un’epoca in cui la politica ai piani alti era condotta da ultrasessantenni, nonostante il fervore tra le fila dei più giovani. In questo specifico caso, inutile ricordare quali siano stati i modi utilizzati per giungere a quel livello di potere. Nel caso del fascismo la forza e la violenza adoperata da braccia giovani diventa addirittura parte integrante dell’ideologia. Sarà fino ai giorni nostri il Presidente del Consiglio più giovane della storia italiana. 

Qualche anno fa, arriva a prendersi questo primato Matteo Renzi, che con i suoi 39 anni fa impallidire qualsiasi classifica. Potrebbe sembrare un’esagerazione accostarlo ai due nomi precedenti, e lo è in termini politici e ideologici, ma non lo è per quanto riguarda le dinamiche e l’uso, seppur più contenuto, dell’urto sulla politica dai capelli grigi. ROTTAMIAMOLI!! Era l’urlo del sindaco di Firenze. E li rottamò. Portando Il Partito Democratico oltre al 40% di preferenze e imponendo a tutto il centrosinistra un’anima molto diversa da quella precedente ma che per molto tempo non ebbe oppositori interni. Questo, proprio grazie all’uso della forza e dell’urto in termini politici, tipici del personaggio di Matteo Renzi. 

Il Movimento 5 Stelle, nato nel 2009 da un comico e da un imprenditore del web, che di certo giovani non erano, diede una casa ad una classe politica estremamente prematura, dove addirittura l’esperienza (nel senso corretto del termine) era in alcuni individui totalmente assente. Nel 2013 porta un suo membro, Luigi Di Maio, a diventare il più giovane vicepresidente della Camera dei Deputati nella storia della Repubblica, all’età di soli 26 anni. Chiaramente la mia è invidia, se ve lo steste chiedendo. Invidia nei confronti di un sistema dove la meritocrazia è scomparsa e dove per arrivare in cima serve l’urto, l’uso della forza e della violenza (verbale e non), l’uso anche della mezza verità e delle urla. 

Non è colpa dei 5 Stelle se arrivarono in parlamento senza saper bene quali fossero le sue funzioni, non è colpa di Matteo Renzi se ha fatto il buono e il cattivo tempo per anni nella politica nostrana. Così come non è colpa di Mussolini e Gheddafi per le loro giovani dittature (si intende l’arrivo della loro dittatura, non delle azioni conseguenti). La colpa risiede in un sistema in cui se hai 26 anni, segui la politica da 10, hai idee giuste e concrete e studi per portarle avanti, non arrivi alla cabina di regia se non usi lo scontro. Una classe dirigente vecchia e cupa che fa largo ai giovani soltanto quando questi li sbaragliano senza se e senza ma, portandoli ad una Caporetto. 

E come abbiamo visto dai nomi che la storia ci offre, spesso, questi giovani che scelgono la strada della rottura forte ed impetuosa non sono i migliori, non sono i più giusti, sono soltanto quelli che hanno urlato di più. Se un’integrazione anticipata dei giovani nella politica che conta, fosse proprio il miglior deterrente per questi impeti improvvisi, non sarebbe arrivato forse il momento di tornare umili all’ascolto di queste figure nuove e ricche di idee? Come si può pensare di parlare di digitalizzazione del paese senza coinvolgere chi nel digitale ci è nato? Come si può pensare di ammodernare l’assetto energetico della nazione continuando a farsi guidare dalla generazione che è cresciuta a pane e petrolio? Come può passarci dalla testa di risolvere i problemi di integrazione etnica e sociale senza partire dai giovanissimi under 20 che hanno innato in loro un fortissimo sentimento di inclusione ed uguaglianza? 

Dove sta la svolta?

A chi ci accusa di idealismo e scarsa concretezza, rispondiamo che è proprio di concretezza che parliamo: popolare i tavoli decisionali con figure under 40 vuol dire portare al comando persone preparate al nuovo millennio. Nuovo millennio dove è inconcepibile che si usino ancora gli interpreti per le conversazioni in lingua inglese; dove è impensabile che si lavori stampando su carta le mail ricevute; dove è inaccettabile sentir negare il cambiamento climatico o ironizzare sul movimento LGBT+. Negli ultimi anni, intere generazioni guardano alla politica con quel cenno di sorriso insipido che si utilizza quando si osserva qualcosa di ridicolo, ancor prima che incapace. 

Questa, ovviamente, non vuole essere una generalizzazione e un trionfo dell’inesperienza. Anzi, si pone proprio come terza via tra una politica vecchia ed una più giovane buona soltanto ad urlare. Una terza via di competenza, idee fresche e modernità inseguita con gli strumenti del nuovo millennio, a prescindere da un mero numero sulla carta d’identità. 

A che punto siamo oggi?

L’Italia conta circa 12 milioni di abitanti nella fascia sotto i 34 anni. In virtù di questi numeri, i politici dovrebbero impiegare un quinto del loro tempo a risolvere i problemi di questa fascia di popolazione che vuol dire soprattutto scuola, ricerca, occupazione giovanile, incentivi all’imprenditoria under 30, ambiente, salvaguardia dei minori in termini di problematiche di salute e condizione economica. La sera quando accendiamo la tv o al mattino quando scrolliamo lo schermo del nostro smartphone dovremmo leggere o sentire riguardo a questi temi almeno una volta su cinque. E invece? 

E invece abbiamo speso l’ultimo decennio a parlare di pensioni, di tasse sulla prima e seconda casa. Ma diciamoglielo negli occhi: saranno pochi quelli delle giovani generazioni che potranno possedere una casa. Diciamoglielo negli occhi che non siamo nell’agio degli anni ‘80. Urliamoglielo in faccia che siamo persone nate e cresciute in un continuo contesto di crisi. Crisi non di certo creata da noi, bensì da quella politica dai capelli bianchi che da decenni, ciclicamente, continua a fallire. 

L’occasione d’oro si è presentata proprio qualche settimana fa. Un nuovo governo da formare, un parlamento che in larga parte ha deciso di accantonare i litigi e di cooperare alla rinascita, un ritrovato senso di responsabilità e richiesta di competenza. Tutto contornato da 200 miliardi che stanno per pioverci addosso con l’obbligo di spenderli in investimenti per il futuro, lavoro giovanile, transizione energetica e digitalizzazione. Allora siamo lì, tutti carichi, ad attendere la rivoluzione della competenza e del buon senso, ma all’improvviso la nuvoletta scoppia e si ritorna alla cupa realtà da prima repubblica. Brunetta (70 sonanti anni) che sarà l’uomo che dovrà rendere digital, snella e smart la pubblica amministrazione (sa accendere il pc Brunetta?) è soltanto la punta dell’iceberg. Un iceberg che ha un’età media dei ministri di 54 anni, un PD che ignora totalmente, e forse anche cancella, migliaia di figure competenti tra le sue fila e cresciuti nelle sezioni giovanili, ben 6 ministeri ad una destra che mai ha deciso di investire davvero sulla fascia giovane della popolazione. 

Allora, forse ci viene da chiederci se non siamo fortunati ad avere per lo meno otto preparati super tecnici, che un tempo sono stati i giovani competenti di cui abbiamo parlato in questo articolo. La strada però non è questa. La strada è quella di un’onda fresca che mostra al mondo intero, coi fatti, cosa voglia dire cambiamento nel nuovo millennio. E se noi tutti iniziassimo a non ignorare più questi fatti, allora oggi forse avremmo qualcosa di meglio al tavolo delle decisioni. E allora seguitemi, ancora una volta, nel prossimo pezzo, dove andremo a vedere proprio quali siano questi fatti concreti di cui parliamo e come possano, forse, indicarci la via.

Se ti va lasciaci un commento o scrivici il tuo pensiero

Sito realizzato da HopUp! Agency

All Rights Reserved © 2020