Il sonno della ragione

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp
Condividi su email

di Marco Minoletti

“La luce è l’ombra più scura del cielo”

Nel Medioevo l’ombra lunga di Dio si era proiettata sulle contrade del vecchio Continente. Il suo dominio era totale e indiscutibile. Mentre orde di flagellanti attraversavano l’Europa, i teologi cristiani si impegnavano nella messa a punto di cavilli giuridico-teologici che avrebbero imprigionato e terrorizzato per secoli l’umanità. Dopo la morte di Dio, il sistema capitalistico ha occupato il centro della scena operando una netta inversione: il Paradiso celeste non è nell’aldilà, ma è qui e ora. Come nel Medioevo quasi nessuno osava mettere in discussione la veridicità delle fumisterie teologiche, così l’uomo contemporaneo, mentre si sottraeva al gioco del Dio cristiano, non perdeva il privilegio di cullarsi sul beneficio salvifico, non osando, quindi, mettere in discussione il sistema capitalistico che gli donava l’esatta illusione. Il Capitale, nuovo Dio in terra, si è fatto così Sistema, assumendo le veci e le due chiavi del potere e della salvezza, con la promessa di un’eterna felicità nel regno della merce. L’incidente di percorso innescato dal Corona-virus ha, probabilmente, ridestato antiche paure, sedimentate nelle tracce mnestiche del cervello umano (il ricordo delle peste? ma soprattutto la paura atavica della morte non di Dio ma del semplice uomo?) diffondendo una sorta di panico psicotico. Questa paura, in quanto tale irrazionale seppure legittima, se da un lato mette in luce la fragilità su cui poggiano le fondamenta dell’indiscusso e salvifico “sistema”, dall’altro occulta e lascia nell’ombra il groviglio di quelle che dovrebbero essere le vere angosce che attanagliano il pianeta e i suoi miliardi di abitanti: le vere problematiche climatico-ecologiche, le disuguaglianze sociali, l’assenza di una comunità umana, che in quanto tale lotti per la dimensione sociale della specie e non solo per la mera sopravvivenza. Quanto ci metterà l’Uomo a rendersi conto che né Dio né il Capitale sono veri ed eterni? Quanto ci metterà l’Uomo a rendersi conto che il percorso intrapreso non è la via maestra che lo conduce al Paradiso terrestre ma la via più tortuosa che lo condurrà alla sua estinzione?

Il tema dell’estinzione aveva già sedotto la letteratura moderna. Basti pensare alle utopie negative tratteggiate dai vittoriani in reazione alle conseguenze della rivoluzione industriale. All’origine di questa tradizione vi è un narrabondo terragnolo, amante della natura e della libertà: Richard Jefferies. L’autore coniuga, senza tanti fronzoli, i temi della fine della civiltà e di un incombente “Medioevo prossimo venturo” in un’opera il cui titolo è già un programma: “Dopo Londra. Inghilterra selvaggia”. Il romanzo, pubblicato nel 1885, prefigura gli accadimenti che gravano sul nostro secolo e descrive il volto del pianeta dopo il “cambiamento” innescato dal cataclisma: Ormai i rovi e gli spini avevano soffocato quelle che una volta erano strade, sino a farle divenire impraticabili come i campi. Dove il terreno era asciutto i rovi, gli spini, i pruni e i virgulti riempivano ogni spazio, e queste macchie, insieme ai giovani alberi, avevano trasformato la maggior parte del paese in un’immensa foresta. […] I fossi, com’è naturale, si erano da tempo riempiti di foglie e ramaglia, per cui l’acqua ristagnò e in breve dilagò in quelli che una volta erano stati campi formando acquitrini ove gli equiseti, le stiance e i falaschi celavano l’acqua. Le chiuse che regolavano il flusso dei corsi d’acqua imputridirono e il legname fradicio fu trascinato via dalle piogge invernali, che allagarono i terreni più bassi trasformandoli in acquitrini di grandi dimensioni. Le dighe furono perforate dai topi d’acqua; il flusso aumentò gradualmente finché l’intera struttura non si sbriciolò, e l’ondata di piena andò ad aggiungersi all’acqua stagnante più in basso. E dove un tempo scorreva il Tamigi […] in seguito a variazioni del livello del mare e all’accumulo di detriti devono essersi formati grandi banchi che ostruirono il deflusso delle acque. […] Oggi si reputa che dopo un certo tempo le acque del fiume, incapaci di trovare sbocco, abbiano cominciato a straripare per le strade deserte e, in modo particolare, a riempire le condotte e le chiaviche sotterranee, il cui numero ed ambito territoriale non può essere descritto a parole. Queste, per la pressione dell’acqua, cedettero e le case sprofondarono.

Questo, come ha descritto Jefferies, potrebbe essere lo scenario futuro se non si porrà fine, rivoltandosi e lottando contro la perversione di un sistema fondato su di un’unica e ferrea legge, quella della sua crescita egoistica all’infinito. Quanto al virus, la nostra non è un’epoca virale. Il virus, endemicamente e storicamente, è un male transitorio che ha avuto, qui ed ora, “il merito” di portare in superficie l’oscenità che è, ahinoi, connaturata oramai alla vita e alle relazioni dei tempi dell’economia capitalistica, e insieme ha fatto emergere crudamente l’incapacità e la confusione che albergano nelle teste di coloro che pretendono di rappresentare il popolo e domare la bestia, due idiozie in un unico patetico assunto.

La vera vita è ben altro dalla mera sopravvivenza a cui siamo transitoriamente condannati e non è riducibile a processi biologici e vitali. Una vita svuotata di ideali cede rapidamente il passo all’isteria dominante, basta sfogliare i quotidiani per rendersene conto.

La nostra non è un’epoca virale, ma era e resta l’epoca dell’alienazione!

Se ti va lasciaci un commento o scrivici il tuo pensiero

Sito realizzato da HopUp! Agency

All Rights Reserved © 2020