Lavoratori frontalieri in Svizzera: semplici ospiti e sempre più fragili

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Intervista di Marianna Sica a Marco Minoletti

I lavoratori e le lavoratrici frontalieri incarnano sia storicamente che numericamente una forma di mobilità – seppur diversa tanto dall’emigrazione internazionale quanto da quella interna – consistente nel quadro delle migrazioni tout court e dai risvolti geopolitici, giuridici, economici e sociali cruciali per la definizione tanto della concezione stessa di frontiera quanto dalle sue modalità di gestione degli Stati coinvolti. 

Emblematico del fenomeno del frontalierato è il caso svizzero, per incidenza quantitativa, per normativa, e non da ultimo per configurazione geopolitica che rende la confederazione elvetica storicamente protagonista di flussi provenienti dai quattro confini di stato dei Paesi adiacenti.

Delle diverse implicazioni legate alla mobilità frontaliera ne abbiamo discusso con Marco Minoletti, migrato dall’Italia alla Germania a fine anni Ottanta e dai primi anni Novanta frontaliero nella Svizzera tedesca, a Basilea, dove si occupa di formazione.

Partendo dal suo profilo ed esperienza personale, Lei incarna la figura del migrante internazionale che ha lasciato l’Italia per un Paese altro, la Germania, e insieme quella del lavoratore frontaliero che quotidianamente varca il confine per entrare in Svizzera. Per quanto eterogeneo, qual è il profilo del lavoratore frontaliero elvetico?   

La figura del lavoratore frontaliero è alquanto atipica nel quadro dell’esperienza di mobilità. Rientra nel fenomeno della migrazione, con tutte le implicazioni socio-politiche che questo comporta, ma con delle peculiarità che la rendono una forma di mobilità non ascrivibile ad altre. Il frontaliero quotidianamente lascia il territorio di provenienza in cui risiede e approda in un territorio altro, extra-nazionale, per ragioni per lo più lavorative. In questo suo varcare il confine politico di uno Stato,  lascia il suo centro di vita sociale e affettivo-esistenziale nel luogo di residenza, nel quale fa rientro, per lo più nel giro di 24 ore, al termine dell’attività lavorativa. Il fenomeno del frontalierato non reca con sé, dunque, difficoltà legate al processo di integrazione in un Paese estero, ma complessità altre tanto sul piano economico e sociale, quanto su quello politico e rivendicativo.

Seppur il movimento frontaliero si dipani attraverso una complessa rete di Paesi che ricevono e forniscono i flussi, in Svizzera il fenomeno della mobilità frontaliera ha acquisito nel tempo una rilevanza quantitativa e peculiarità tali che la rendono un osservatorio prezioso del fenomeno, anche in base alla sua esperienza di doppia mobilità, quali le ragioni di questo protagonismo?

Alla fine degli anni ’80 la mia esperienza di migrazione dall’Italia alla Germania, per ragioni lavorative, ha comportato indubbiamente uno schok culturale, difficoltà linguistiche e di conseguenza problemi di integrazione sia sociale che lavorativo. Dopo le prime esperienze professionali in Germania, la Svizzera è apparsa come un’attrattiva importante, un mercato del lavoro più dinamico e sicuramente maggiormente remunerato; I centri di produzione elvetica storicamente hanno puntato sui confini sia interni che esterni e rappresentavano un richiamo importante. Naturalmente il punto forte dell’economia elvetica è stato anche questo: puntare a trasferire la produzione lungo i confini impiegando lavoratori frontalieri. 

Come si vive l’esperienza di questa mobilità che se non contempla alcune problematiche tipiche della migrazione internazionale ne reca con sé altre?

Come accennavamo prima, il lavoratore frontaliero non vive problematiche legate strettamente ai processi d’integrazione; spesso, come nel mio caso, e in quello dei frontalieri tra l’Italia e il Canton Ticino, non vive neppure l’insieme delle criticità e difficoltà legate ad una lingua altra. I problemi con cui il lavoratore frontaliero si scontra sono legati alla sua collocazione giuridica nel Paese di approdo lavorativo, alle regole che normano il suo permesso di soggiorno, alle modalità di impiego e garanzie contrattuali, all’accesso ad una serie di servizi d’assistenza e welfare su cui non si hanno sempre spazi rivendicativi seppur, con l’imposizione della doppia fiscalità, si abbia l’obbligo di contribuire in entrambi i Paesi.

Lungo i confini interni i lavoratori non sono sottoposti alla normativa elevetica che regolamenta il lavoro in loco, ma a norme differenti che recano con sé anomalie e vuoti strutturali tanto sul piano dei diritti sociali e politici quanto su quello delle tutele. Il lavoratore frontaliero ha accesso al di là del confine solo come ospite, espleta la sua mansione lavorativa e deve abbandonare il Paese, di fatto non ha cittadinanza e scarsa è la sua forza contrattuale e rivendicativa tout court. La presenza stessa poi dei frontalieri è motivo di grandi conflitti, è spesso vissuta come fattore problematico con tutto il carico di discriminazioni razziali che questo comporta. Anche per questo motivo il confine elvetico, soprattutto tra il Canton Ticino e l’Italia, è teatro di forti tensioni sociali. 

Seppur il fenomeno del frontalierato abbia radici storiche complesse rintracciabili negli accadimenti storici degli ultimi due secoli, con l’entrata in vigore della libera circolazione in Svizzera nel 2002 e l’insieme dei più recenti cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro internazionale, com’è cambiato il profilo del lavoratore frontaliero?

Gli sviluppi tanto normativi quanto tecnologici che sono intervenuti nel mercato del lavoro internazionale hanno profondamente mutato anche il profilo del lavoratore frontaliero. Da un lato le distanze sono percorribili in tempi notevolmente più ridotti che in passato, dall’altro i cambiamenti intervenuti nell’apparato normativo che hanno reso, da un certo punto di vista, i confini più permeabili, hanno comportato sicuramente un’esplosione del fenomeno. La figura del lavoratore frontaliero è mutata, non solo per i diversi ambiti di applicazione in cui oggi è richiesto, ma anche perché, sottoposto alla continua deregolamentazione del mercato del lavoro, ha assunto i contorni tipici della precarietà e della fragilità lavorativa. Contratti atipici, interinali e precari rendono il lavoratore straniero e frontaliero sempre più fragile e al di fuori non solo dei diritti sociali e politici della cittadinanza ma anche spoglio di una rete che possa supportare rivendicazioni contrattuali e di welfare sociale.

In versione lievemente ridotta, pubblicata su “il Dialogo” Bimestrale ACLI Svizzera, nr. 6-2020, anno XXX, come parte del dossier dedicato al lavoro transfrontaliero in Svizzera, consultabile sul sito www.acli.ch

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