Sutor, ne ultra crepidiam: Il complotto dei complottisti.

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di Filippo D’Amico

In un inglese oramai dimenticato, esiste una parola che designa colui che esprime opinioni al di fuori dalla propria competenza: ultracrepidarianism. Letteralmente vuol dire “andare oltre le scarpe”. La parola deriva dalla storia di Apelle di Coo – il maggiore tra i pittori dell’antica Grecia – il quale, dopo aver modificato i tratti di una scarpa, accondiscendendo la critica di un calzolaio, il giorno seguente udì lo stesso criticare tutto il quadro e, balzando dal nascondiglio da cui stava osservando la scena, pronunciò la sentenza “sutor, ne ultra crepiadiam”.

La domanda che oggi sorge spontanea è: ma perché, scientificamente, la gente tende a pensare di avere delle competenze su argomenti di cui non ha sufficienti informazioni? Perché, davanti a milioni di casi di prevenzione quotidiana, davanti a migliaia di operazioni al giorno, tutto si debba rimettere in discussione per un singolo caso? E, ancor più, perché la gente tende a crederci?

La domanda se la sono posta anche due ricercatori statunitensi, David Dunning e Justin Kruger, quando seppero del rapinatore di banche McArthur Wheeler. 

Questo, a seguito di studi sulle funzionalità delle telecamere di video sorveglianza, sulle loro modalità di registrazione, sulla trasmissione delle immagini e sulle proprietà chimiche di alcune sostanze, si convinse che aveva trovato il modo di eludere i sistemi di registrazione. Così, convinto che le proprietà del succo di limone lo rendessero invisibile alle telecamere, se ne cosparse il volto e iniziò la sua breve e infruttuosa carriera da rapinatore. Partendo da questo caso, i due ricercatori formularono, su basi scientifiche, il così detto effetto Dunning-Kruger1. Questo fenomeno si manifesta nelle persone inesperte che tenderebbero a sovrastimare il proprio livello di competenza, non rendendosi conto della propria inadeguatezza. Viene definito come “l’anosognosia della vita quotidiana” che per analogia è la condizione per la quale un individuo sembra rifiutare o non riconoscere il proprio deficit. 

E così, questi pettegoli della conoscenza, sono balzati dai balconi rionali direttamente su internet, beneficiando di un pubblico molto più ampio con cui disquisire di argomenti di cui non si ha la minima idea. E lì, si sa, le notizie viaggiano a velocità inarrestabili, specialmente quelle false, come mostra uno studio del MIT che esamina 126.000 notizie e 3 milioni di account twitter2

Le notizie false viaggiano sei volte più velocemente delle notizie vere e ottengono il 70% in più di “mi piace”, indice moderno della stima sociale. La spiegazione sta nel fatto che le fake news suscitano sentimenti di disgusto, sorpresa o paura, mentre le notizie vere sono semplicemente noiose. In questo delirio, dunque, ci si imbatte nello schizofrenico tentativo di contrastare ricerche scientifiche secolari sventolandone un dato mal compreso, di gridare al losco contro le revisioni tra pari per le dichiarazioni inconfutabili di un sedicente scienziato, prendendo un solo caso e facendolo girare tante volte da farlo diventare milioni di casi. 

Questo rimarcare una notizia falsa genera quello che viene chiamato “Illusion of truth effect3: specialmente se contornata da notizie vere, una bufala viene memorizzata come una verità scontata. 

La capacità di “inibire” la falsa notizia una volta scoperta la verità è un processo cognitivo poco semplice come dimostra uno studio della Ghent University4. Il nostro “calzolaio” così, diffonde la notizia falsa non accorgendosi di ricevere feedback esclusivamente positivi per preconfezionamento dei social e, in cinquemila amici di cui è composto il suo harem, poco importa se quattromilanovecentoottantaquattro hanno visto il suo post rimanendo semplicemente indifferenti quando i suoi sedici “mi piace” sono stati confermati. 

Le Università di Berkeley, della California e di Rochester ci mostrano che se anche parlassimo di una cosa chiamata Daxxy (parola del tutto priva di significato) con sufficiente consenso sociale, potremmo credere di avere una tale padronanza dell’argomento da considerarci esperti5. Cadere in questo tranello significa, poi, inserirci in un tunnel di appagamento di cui si servono abilmente i pubblicitari, come dimostra il progetto algotransparecy6 di un ex programmatore di Google. E finché questo induce a comprare una marca di latte piuttosto che un’altra poco importa. Ma quando sulla base di fake news e bufale si prendono decisioni politiche o si arriva finanche a dirottare il voto elettorale, eccolo il complotto: il complotto dei complottisti. 

E mentre vediamo bloccare programmi vaccinali a causa di notizie mal fatte, nel limpido ricordo di una Casa Bianca occupata da cospirazionisti e piazze piene di no vax comandati da un generale, ci si pone il problema se questi complottisti siano sì vittime di un complotto che vuole controllarli. 

Anche se si è detto, a giudizio, che pur non essendo d’accordo con l’opinione altrui, si debba morire affinché questa possa essere espressa, per grazia, non si è ancora affermato che si debba morire per il dovere di ascoltarla. Come in un inverso gioco della teiera di Russel, nel quale ci paralizziamo davanti a dubbi senza fondamento e non progrediamo per paure immotivate, sembriamo non accorgerci che delle volte il tempo perso si stima in numeri, e che questi numeri troppo spesso sono vite, soldi, progresso. Che quindi alla fine il problema non sia il sentirsi in diritto a esprimersi, ma il sentirsi in dovere ad ascoltare.

1.  Kruger, Justin; Dunning, David (1999). “Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments”. Journal of Personality and Social Psychology. American Psychological Association. 77 (6): 1121–1134. CiteSeerX 10.1.1.64.2655. doi:10.1037/0022-3514.77.6.1121. PMID 10626367.

2. Vosoughi, Soroush, Deb Roy, and Sinan Aral. “The spread of true and false news online.” Science 359.6380 (2018): 1146-1151.

3. Hasher, Lynn, David Goldstein, and Thomas Toppino. “Frequency and the conference of referential validity.” Journal of verbal learning and verbal behavior 16.1 (1977): 107-112.

4. Roets, Arne. “‘Fake news’: Incorrect, but hard to correct. The role of cognitive ability on the impact of false information on social impressions.” Intelligence 65 (2017): 107-110.

5. Martí, Louis, et al. “Certainty Is Primarily Determined by Past Performance During Concept Learning.” Open Mind 1.4 (2018): 169-182.

6. www.algotransparency.org

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