Walter Benjamin e l’incontro con la comunista russa Asja Lācis

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di Marco Minoletti

Si cede per così dire al partito il compito di organizzare la propria vita

Walter Benjamin, Diario moscovita

Benjamin nella vita pratica amava l’ebbrezza e gli eccessi e lo dimostrò non solo sul piano letterario con il suo amore smisurato per la poesia di Baudelaire, ma anche sul piano esistenziale con la sua passione per il gioco d’azzardo, le prostitute, la droga e gli amori impossibili. 

E fu proprio un amore impossibile, quello per la lettone Asja Lācis, a destare l’interesse di Benjamin per il comunismo e a condurlo a Mosca per alcuni mesi. A favorire l’incontro e a far sbocciare lo sfortunato amore per Asja furono il caso – come sempre – e la stesura della tesi di dottorato con la quale Benjamin sperava di ottenere un incarico di docenza presso l’università di Francoforte. Non che Benjamin amasse l’ambiente accademico anzi, lo disprezzava. Ciononostante, la sua incapacità di gestire la vita quotidiana dal punto di vista finanziario, insieme alle costanti difficoltà economiche in cui versavano lui e la sua famiglia – era sposato e aveva un figlio – lo indussero a vedere nell’Università l’unica possibilità di garantirsi uno stipendio sicuro. 

Durante la crisi del 1923 Benjamin si trova infatti a Francoforte, dove conosce il giovane dottorando Theodor W. Adorno e il suo amico Siegfried Kracauer ed entra nelle grazie dello storico della letteratura e germanista Franz Schulz. Fallito il tentativo di presentare come tesi di dottorato il saggio già vergato sulle Affinità elettive di Goethe, accetta l’alternativa propostagli da Schulz: una dissertazione sulla Forma del dramma barocco tedesco. Argomento di cui Benjamin è completamente a digiuno sia dal punto di vista storico che letterario. 

Rientrato a Berlino, Benjamin raccoglie in pochi mesi il materiale bibliografico necessario alla stesura del lavoro e decide di isolarsi in un luogo più adatto a scrivere in piena tranquillità. Su consiglio di amici, la scelta cade sull’isola di Capri ove, nell’aprile del 1924, Benjamin approda con tutto il materiale necessario per redigere la dissertazione. Le settimane trascorrono e Benjamin, affascinato dalle bellezze dell’isola e dalla città di Napoli, è impegnato in tutte le attività possibili, eccetto quella letteraria. 

Una delle attività che lo assorbe maggiormente da alcune settimane è quella di osservare incantato dal tavolino del bar in cui siede quotidianamente una bella signora che gironzola nei paraggi con la figlioletta. Benjamin conosce con una scusa la signora che si rivela essere una rivoluzionaria russa che si trovava sull’isola con il compagno, il regista teatrale Bernhard Reich, per curare la figlioletta che soffriva di problemi alle vie respiratorie. Lei, di un anno più vecchia di Benjamin, ha trentadue anni, è comunista ed è impegnata politicamente. Benjamin, nel giro di pochi giorni si innamora perdutamente. Inizia così un sodalizio erotico, affettivo e intellettuale che schiuderà nuove vie al pensatore tedesco, rendendolo poroso e disposto ad assorbire e a lasciarsi influenzare dalle idee della russa. Verso la fine di settembre, Asja lascia l’isola e rientra a Berlino. 

Benjamin rimarrà a Capri fin verso la metà di ottobre e, dopo aver visitato Roma e Firenze, raggiungerà Berlino verso la metà di novembre. Qui ad attenderlo ci sono la moglie Dora, il figlioletto Stefan e il nuovo grande amore, Asja. Nel 1925, quando il fallimento della libera docenza si profila ormai all’orizzonte, Benjamin vagheggia l’idea di dedicarsi con maggiore intensità allo studio del marxismo, di entrare attivamente nel partito comunista e di recarsi, prima o poi, a Mosca. L’incontro del 1924 con Asja ha lasciato il segno anche sulle riflessioni del pensatore tedesco che ora ha smesso di cercare l’essenza della contemporaneità nelle teorie e nelle opere classiche e ha preso a rivolgersi direttamente agli oggetti della vita quotidiana. 

A suggello di questa rivoluzione copernicana avvenuta nella forma mentis dell’autore la dedica ad Asja Lacis contenuta nell’originalissimo e fortemente autobiografico libro di aforismi Strada a senso unico: “Via Asja Lacis” si chiama questa via, dal nome di quella che lei, da ingegnere, ha tracciato nell’autore. Tuttavia, come ha fatto notare Wolfram Eilenberger, “il suo rivolgersi alla concretezza materiale delle cose quotidiane come punto di partenza della riflessione è senz’altro un ritorno al materialismo, non però un materialismo dialettico nel senso di Marx o di Lenin. Non si tratta infatti, per Benjamin, di mostrare la possibile conciliazione delle contraddizioni individuate nell’oggetto. Al contrario: l’idea è proprio che una tale conciliazione sia impossibile.”(1) 

Benjamin, influenzato dal romanticismo, introducendo il concetto di “critica” dinamizza l’idea stessa del divenire individuale e collettivo rendendolo un processo aperto e in continuo movimento dialettico. Secondo l’interpretazione di Benjamin, le opere di autori come Fichte, Schelling e Novalis tendono ad evidenziare che l’attività svolta dalla critica in fieri, applicata per esempio ad un’opera d’arte, trasforma al contempo sia il soggetto criticante che l’oggetto criticato: ciò che è fuori di me è dentro di me e viceversa, per dirla con il poeta Novalis. La messa a punto e la formulazione da parte di Benjamin del nucleo incandescente del concetto romantico di critica d’arte, destinata in seguito a rivoluzionare l’idea della critica artistica nel XX secolo, non sarà compresa né dai relatori della sua tesi di dottorato francofortesi, né dai relatori delle altre Università tedesche alle quali essa venne sottoposta. 

Quando Benjamin nel 1925 presenta a Schulz la prima parte del lavoro, l’entusiasmo iniziale nei confronti del non più giovane dottorando subisce una brusca virata e Schulz gli consiglia di rivolgersi al docente di estetica, Hans Cornelius. Dopo aver letto il dattiloscritto, entrambi gli accademici ne danno un giudizio negativo: “Il testo è incomprensibile”. Benjamin è costretto a ritirare la domanda di dottorato e ad abbandonare l’idea di entrare all’Università. Benjamin è depresso e come sua abitudine in questi casi si mette freneticamente a viaggiare. Raggiunge Asja a Riga dove è impegnata in alcuni lavori teatrali. Poi, dopo alcune settimane di permanenza, si reca a Marsiglia e fa il pendolare tra Berlino e Parigi. Non riesce più a prendere in mano la penna. La situazione finanziaria si aggrava di giorno in giorno, il suo sistema nervoso è al limite del crollo e dulcis in fundo nel giugno del 1926 gli muore il padre. Pochi mesi dopo, agli inizi di novembre, lo raggiunge la notizia che Asja ha avuto un tracollo nervoso e si trova ricoverata a Mosca in una clinica per malattie nervose. La Rochefoucauld, in una delle sue massime, aveva scritto che i mali degli altri sono spesso una consolazione per i propri. E cosa vi è di più consolante per un uomo in preda alla depressione che correre a prestar soccorso all’amata che è ancor più depressa di lui? A dicembre, Benjamin parte alla volta di Mosca.

A condurre Benjamin a Mosca furono anche i suoi latenti propositi di recarvisi e di risolvere la questione in sospeso da due anni: se iscriversi o meno al Partito Comunista Tedesco. Desiderava inoltre vedere di persona l’evolversi della Rivoluzione del ’17 e forse lì, visti i fallimenti in Germania, avrebbero potuto aprirsi nuove prospettive di lavoro. 

Sia come sia, a Mosca Benjamin si recò principalmente per ricongiungersi all’amata e prestarle soccorso. Il problema è che ad accudirla vi era anche il di lei compagno, Reich, e il menage à trois, come lo stesso Benjamin riporta senza sconti nel diario moscovita, si rivela un vero e proprio fallimento sotto tutti i punti di vista: le occasioni per restarsene solo con lei erano rarissime, la presenza di Reich, quasi ossessiva, e le liti fra i tre erano all’ordine del giorno. 

Il viaggio moscovita fu un fallimento non solo sotto il profilo esistenziale ma mise anche fine ai propositi di Benjamin di aderire al Partito. Mosca, nonostante il fascino che esercitava su di lui, gli andava troppo stretta. Inoltre, come si evince leggendo il Diario moscovita, Benjamin, pur senza sbilanciarsi troppo, aveva avuto il sentore che il fallimento o la riuscita della rivoluzione fossero in bilico, in una situazione di stallo. 

Alla fine di gennaio del 1927, dopo poco meno di due mesi di soggiorno, Benjamin decide di rientrare in Germania. Così riassume in una lettera del 22 febbraio del 1927 scritta a Martin Buber: “Voglio descrivere la città di Mosca nel momento attuale in modo che ogni elemento di fatto sia già teoria, rinunciando a ogni astrazione deduttiva, a ogni prognostica e anche, entro certi limiti, a ogni giudizio.”(2). 

Quanto alla possibile adesione al Partito e ad una eventuale collaborazione come corrispondente dalla Russia, Benjamin dopo aver messo sulla bilancia i pro – una posizione sicura, contatti sociali organizzati e garantiti – e i contro – la rinuncia all’autonomia della sfera privata e l’organizzazione della propria vita delegata al Partito –  dopo due anni di tormenti, finisce per optare a favore dell’autonomia e della libertà di movimento. “Finché viaggio, l’entrata nel Partito è da escludere.” (3) 

Una volta tanto il maldestro Benjamin aveva, forse inconsapevolmente, fatto la scelta giusta. Gli eventi stavano precipitando. Mentre il padre della Rivoluzione russa giaceva, imbalsamato, nel sarcofago-ventre che la nazione gli aveva dedicato, Stalin, dopo aver sconfitto il rivale Trockij, aveva assunto i pieni poteri proprio nel 1926. L’involuzione di una Rivoluzione morta sul nascere era in pieno svolgimento!

Note 

  1. Wolfram Eilenberger, Il tempo degli stregoni, Feltrinelli, Milano, 2018, p. 283.
  1. Walter Benjamin, Briefe, a cura di Gershom Scholem e Theodor W. Adorno, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1966, pp. 442-43.
  2. Walter Benjamin, Gesammelte Schriften,  Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1985, Vol VI, pag. 359.

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